Memoriale dei deputati trentini alla costituente germanica di Francoforte (3 giugno 1848)

«Hanno i due Circoli italiani di Trento e Rovereto da restare ulteriormente annessi alla Confederazione Germanica? Allorché nell’anno 1815 i principi raccolti al Congresso di Vienna nel presunto interesse delle loro dinastie, si divisero provincie e popoli, fondavano ad un tempo la Confederazione Germanica, alla quale l’Imperatore d’Austria si associò coi paesi tedeschi a lui assegnati e nominatamente con la provincia del Tirolo. Questa però venne definitivamente organizzata nel successivo anno 1816, ed allora quella parte del cessato regno d’Italia, che attualmente abbraccia i due Circoli di Trento e Rovereto venne incorporata al Tirolo e con esso alla Confederazione Germanica.
I mentovati due circoli che si estendono dalla Chiusa di Verona a quella di Salorno con una popolazione di oltre 350.000 abitanti, o si guardi alle loro origini, ai costumi, alla lingua, al modo di vivere degli abitanti, o si ponga alla loro geografica situazione e alle memorie storiche, sono tuttavia senza veruna mistura d’elemento tedesco, limpidamente italiana. Già fino ai tempi di Cesare, Trento si presenta come colonia, e la Valle di Non come municipio Romano. All’epoca delle grandi trasmigrazioni di popoli Trento formò parte del regno italiano di Teodorico, il quale ne edificò le mura esistenti. Caduta la signoria dei Goti e conquistata l’Italia dai Longobardi, il paese di Trento divenne uno dei 36 ducati italo-longobardi con la residenza del Duca nella città di ugual nome. Re Lotario ordina nei suoi statuti che la gioventù di Trento e Mantova frequenti le scuole di Verona; prova che Trento di quei tempi era città tutta affatto italiana. Durante la guerra di successione fra i discendenti di Carlo Magno, giunsero i Vescovi di Trento ad afferrare anche il dominio temporale e Corrado il Salico cresimò tale usurpazione confermando nel 1027 per sé e successori il Vescovo Udalrico nel possesso del Principato di Trento. D’allora in poi i vescovi ne tennero senza interruzione il dominio sino al cadere del secolo decimottavo. Bene i Conti del Tirolo tentarono più volte sotto colore di tutelare i diritti della Chiesa, di carpirsi le redini del principato; ed infatti dopo averlo più volte aggredito con le armi riuscirono anche a beccarne una parte e a costringete i Vescovi-principi a gravose condizioni; ciò nullameno nell’anno 1576 il Vescovo Principe, cardinale Cristoforo Madruzzo venne ristabilito nell’intero possesso del suo principato. E da tale epoca l’attuale confine fra i Circoli di Trento e Bolzano segnò il confine settentrionale dei principato, e la stretta linea di demarcazione fra le due lingue.
La città di Rovereto e paesi adiacenti non appartenevano al Principato di Trento ma ne costituivano i confini di mezzogiorno. Essa ubbidì con altri piccoli distretti, a diverse famiglie potenti; venne nel 1416 sotto la Signoria della Repubblica Veneta, e finalmente nel 1509 fu aggregata ai domini dell’Imperatore Massimiliano con l’espressa condizione, che le venissero fedelmente conservati tutti i privilegi e particolarmente le istituzioni municipali italiane.
In conseguenza delle guerre durate dal 1795 al 1815 il Principato di Trento fu secolarizzato: nel 1803 assegnato all’Austria e insieme alla città e territorio di Rovereto ammesso alla provincia del Tirolo, provincia che poco dopo nel 1805 venne trasmessa alla Baviera. Nel 1810 i Circoli di Trento e Rovereto come «Dipartimento dell’Alto Adige» passarono a far parte del Regno d’Italia; poi di nuovo conquistati dall’Austria, poi da capo nel 1815-16 incorporati definitivamente alla provincia tedesca del Tirolo.
Sino al principio del corrente secolo Trento e Rovereto, al pari delle altre città d’Italia, malgrado i frequenti cangiamenti di governo, avevano conservato le loro municipali forme di reggimento e le altre istituzioni relative. Il dominio bavarese le abrogò, sostituendovi però un’amministrazione particolare e tutt’affatto nazionale. Trento ebbe una propria reggenza politica, un proprio tribunale d’appello, presso i quali, come presso tutte le autorità di prima istanza, sola lingua forense era l’italiana. S’intende poi da sé, che come dipartimento dell’Alto Adige ebbe ugualmente una Prefettura a parte e un’amministrazione perfettamente italiana. Ma ben altrimenti andarono le cose dopo la congiunzione di Trento al Tirolo. Gli Stati Provinciali (ai quali d’altronde erano accordate assai sottili facoltà) venivano annualmente convocati a Innsbruck, e ciò in base a così ingiusto riparto che i Circoli tedeschi contenevano un rappresentante per ogni 10.000 anime e i Circoli italiani invece per ogni 30.000. Mentre il permanente ufficio della rappresentanza stessa era costituito esclusivamente da 4 deputati tedeschi.
Il Governo assieme a tutte le cariche ed uffici annessi risiedeva in Innsbruck, e componevasi prettamente di impiegati tedeschi i quali non avevano veduti i nostri due Circoli che sulle carte geografiche, e ne trattavano gli abitanti come stranieri; gli uffici dei circoli di finanza per tutto il Trentino e Roveretano quasi esclusivamente, e quelli dei Tribunali e dei giudizi in gran parte, erano coperti da tedeschi ignari della nostra lingua, delle nostre relazioni, dei nostri costumi.
Una siffatta politica assurdità riesce oggi mai impossibile di fronte al risvegliatosi e universalmente apprezzato sentimento di nazionalità; l’assoggettamento di una nazione a un’altra, sta in aperta contraddizione coi regnanti principi di libertà e d’uguaglianza dei popoli, e la separazione dei due Circoli italiani dal Tirolo e la loro ricostituzione in provincia separata e indipendente sono fatti oggi mai indispensabili, e perché il mantenimento delle nazionalità così spesso altamente proclamato e garantito non rimanga una vuota parola, e molto più perché, a colpo d’occhio i rapporti e bisogni affatto diversi dei Circoli tedeschi e degli italiano esigono assolutamente diverso trattamento. Così, in via d’esempio mentre nella parte italiana dura illimitata la libertà di passaggio d’uno in altro comune, illimitata la libertà dei mestieri e delle arti, illimitata la divisibilità dei terreni; né tali libertà potrebbero venir tolte o inceppate, i tirolesi tedeschi non rinunzierebbero certamente d’alta parte ai loro comuni chiusi, alle loro corporazioni che limitano e sorvegliano l’esercizio delle arti e dei mestieri, all’indivisibilità dei loro fondi rusticali. Gli italiani domandano uguali diritti per tutte le religioni, i tirolesi tedeschi al contrario vorranno verosimilmente fissate restrizioni agli acattolici e mantenuti i Gesuiti, i Redentoristi e gli alti Ordini e Conventi. Ciò posto chi non vede che comunione fra di loro di rappresentanza provinciale non può esser senza gravissima confusione?
D’altronde i due Circoli di Trento e Rovereto, contano sopra una fruttifera superficie di 114 miglia geografiche quadrate un’industriosa popolazione di 360.000 anime, elementi più che bastevoli alla composizione di una provincia separata e indipendente. E se Trento e Rovereto bastano a formare e formano una provincia italiana, per quale ragione avranno ad essere ulteriormente considerati e trattati quali parti integranti dalla Confederazione Germanica?
L’Alemagna oggi mai libera ed una è anche grande e possente abbastanza, non solo per rinunziare ad ogni idea di ulteriore accrescimento di territorio, ma eziandio per dimettere da una leganza che non risponde affetto alla nazionale sua storia, le popolazioni trovantesi agli estremi di lei confini e parlanti lingua diversa, in quantoché particolari riguardi politici o strategici non vi si oppongano. L’Alemagna sa che unione e fusione vera e piena non si ottiene che mediante l’espulsione di rutti gli elementi eterogenei:
La carta qui annessa, varrà a dimostrare come i Circoli di Trento e Rovereto rappresentino quasi un cono intromesso nel territorio dell’Alta Italia, e come eglino perciò non presentino alla Germania alcuna utile linea di confine. Cinque principali strade mettono l’Italia in comunicazione coi mentovati due Circoli: 1) quella da Belluno e Bassano per Valsugana e Trento; 2) quella da Vicenza per Vallarsa e Rovereto; 3) quella da Verona per Ala e Rovereto; 4) quella da Peschiera e Brescia per il lago di Garda e Riva, Arco e Torbole; 5) quella di Brescia e Bergamo per le Giudicarie a Trento.
La loro difesa riuscirebbe in ogni evento estremamente difficile, e perché vi si richiederebbero cinque diversi corpi d’armata, e perché i siti posti o si trovano sul territorio Lombardo-Veneto, come è a dirsi delle gole di Primolano con Covelo Castello, della Chiusa di Verona a Rivoli, delle Strette presso il Lago d’Idro con Rocco d’Anfo fortezza; o non presentano un utile punto strategico come la strada di Vallarsa e i forti di Riva e di Torbole. V’hanno inoltre assai passaggi di montagna accessibili per la maggior parte anche alla cavalleria e all’artiglieria leggera, come quella da Fonzasco a Primiero, da Feltre a Tesino, da Bassano a Frizzone a Grigno, da Asiago a Borgo e Levico, da Pieve a Caldonazzo, dal piano Veronese per Montebaldo ad Avio, Brentonico e Mori, da Ballino a Val di Ledro, da Val Camonica a Vul di Sole più altri. Tutt’altro sarebbe a dirsi se i confini del Circolo di Bolzano, dove le due lingue si incontrano, costituisse anche in confine della provincia da poiché le accennate cinque strade di comunicazione fanno capo a Trento, d’onde una sola via mette a Bolzano, e anch’essa facilmente proteggibile presso la Chiusa di Salorno. Da tale Chiusa in su, dipartonsi a dritta e a sinistra altissime catene di monti, aperte soltanto da pochi e ripidi sentieri, e segnano col loro dorso a ponente il confine Lombardo in Val di Sole, ad oriente il Veneziano in Fassa. Natura ne fece la parete divisoria tra le due nazioni; i popoli la rispettarono e una politica nazionale la rispetterà.
Nella persuasione che l’Alta Assemblea Nazionale, tenendosi sempre innanzi il grande scopo di un’unica libera Germania non scenderà a vincolare controvoglia o forzatamente una popolazione affatto italiana cui né storia, né educazione, né politici interessi legano all’Alemagna;
nella persuasione che alla grande Germania debba apparire irrilevante l’acquisto di un piccolo territorio con offesa dei sentimenti più sacri di una straniera nazionalità, fidando nel loro buon diritto;
I sottoscritti deputati dei Circoli di Trento e Rovereto, dopo aver dimostrato:
che i due circoli di Trento e Rovereto innestati nel 1815 e nel 1876 alla provincia del Tirolo e per la lingua e per le origini e per i costumi della loro popolazione, non solo, ma anche per la geografica posizione, sono esclusivamente senza mistura d’elemento tedesco, italiani;
che né politici né strategici rapporti mostrano necessaria od utile un’ulteriore loro aderenza alla Confederazione tedesca;
che per lo contrario, e ad utilità d’ambo le parti, e per rispetto al proclamato principio di possibile separazione delle diverse nazionalità, è richiesta la loro escorporazione dalla lega germanica;
domandano di conseguenza che l’Alta Assemblea Nazionale tedesca si compiaccia dichiarare;
«Doversi i Circoli di Trento e Rovereto, astrazion fatta dalla unione con l’Impero austriaco, sciogliere dal politico legame che li vincola alla Confederazione Germanica».

Francoforte sul Meno, 3 giugno 1848.
Giuseppe Festi
Giovanni Petris
Gedeone Vettorazzi
Francesco Ant. Marsilli
Giovanni Prato

(da Nicoletta Cavalletti, L’abate Giovanni a Prato attraverso i suoi scritti, Grafiche Saturnia, Trento, 1968, pp. 215-219)

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#RECENSIONE // Baratter – L’Autonomia spiegata ai miei figli

Lorenzo Baratter
L’Autonomia spiegata ai miei figli

Premessa:
La ragione che mi ha spinto a leggere questo saggio è sostanzialmente politica.
Se c’è una cosa che proprio non digerisco è lo sfruttamento della Storia per meri fini politici: la riscrittura dei fatti o il metterne in evidenza solo alcuni nascondendone altri. E’ una cosa delle gravi conseguenze sociali, visto che il continuo martellamento mediatico di determinati messaggi può portare a cambiamenti di idee e delle identità con pericolose conseguenze: Hitler e il suo esempio devono rimanere come monito al riguardo!
Per cui, sapendo la vicinanza politica di Baratter a certi ambienti trentini ( il suo libro Storia dell’Asar è stato più e più volte presentato in compagnia del Patt), ho preso in mano L’Autonomia spiegata ai miei figli, più per il contenuto politico che questo potrebbe avere che per un reale interesse. Ma, come penso, bisogna pur sempre leggere i libri per poterne criticare il contenuto; criticare così, a spanne, solo in base a supposizioni non fa che creare un danno alla cultura. Anche perché può sempre accadere di rimanere sorpresi dal contenuto del testo e rivedere le proprie opinioni al riguardo, cosa che mi è capitata leggendo Terzani ed è quello che spero ogni volta che prendo in mano un libro di un autore, saggista e non, del quale diffido: la speranza di trovare un contenuto che mi sorprenda in positivo scacciando i pregiudizi.
Fatta questa premessa, che ritengo doverosa, posso iniziare con il commento al libro.
Recensione:
Sinceramente son rimasto sorpreso, in negativo, da questo libro, malgrado i pregiudizi sopra detti.
Fin dalle prime pagine (purtroppo sarebbe più corretto dire, dalla prima pagina!) emergono semplificazioni che tracimano in inesattezze. Apprezzo moltissimo l’idea di ricalcare Ben Jelloun e il suo bellissimo Il razzismo spiegato a mia figlia, ma lo scrittore marocchino non è mai superficiale nello scrivere, eppure il suo tema è molto più profondo e complicato da spiegare: il razzismo è più complicato dell’autonomia.
E, se il razzismo è un tema anche etico, oltre che politico, con l’autonomia tocchiamo prettamente temi politici: semplificare non fa che soffiare sul fuoco della disinformazione e spingere verso predeterminati lidi politici.
Il succo del libello è un percorso millenario del Trentino (identificato sempre come corpo unitario, ignorandone le singolarità e peculiarità dei vari luoghi) sempre avvolto dalla coperta aurea dell’autonomia; autonomia dipinta come affermazione delle libertà e della democrazia delle comunità medievali della provincia. Non si capisce bene la commistione libertà e democrazia in Carte che regolamentavano l’uso dei boschi e dei pascoli. Non si capisce neanche perché continua ad aleggiare nelle pagine l’idea di una storia del Trentino dove tutti si volevano bene, dove tutti aiutavano gli altri in nome dei principi cristiani, dove le scelte erano condivise sia dal popolo sia dai centri dominanti. Periodo idilliaco di pace e tranquillità che termina con la Prima guerra mondiale, guarda caso scatenata dall’Italia tramite un tradimento (il famoso tradimento dei patti della Triplice Alleanza, un palese falso storico perché fu l’Austria Ungheria per prima nel 1908-1909 in Bosnia a non rispettarli).
Ma da un culture della storia simili semplificazioni non si possono accettare, non si possono accettare da nessuno ad essere sinceri. I centri dominanti in Trentino erano molteplici (non c’era solo il Principe Vescovo) e questi non riconoscevano ma concedevano (facevano calare dall’alto per intenderci). I sani principi cristiani tanto esaltati come esempio di bontà e nobiltà d’animo, sono quelli che fecero stragi di ebrei ( il processo a seguito del ritrovamento del cadavere del Simonino), fecero bruciare donne come streghe fino al 1700 e che nel 1800 inoltrato obbligarono a trasferirsi una comunità protestante dalle montagne tirolesi.
Ma la stessa pretesa di “secoli di pace e di convivenza tra culture diverse” (p. 21) è ridicola, mistificatrice, dichiarazione totale di ignoranza voluta degli eventi di storia locale. Ho scritto voluta perché nel libro viene ovviamente richiamata la figura di Alcide De Gasperi, il grande statista trentino, più e più volte citato dai politici nostrani, indicato quasi come il Padre dell’autonomia. Bene De Gasperi è l’emblema di una non convivenza e di una non pace: egli stesso fini in carcere a seguito a degli scontri ad Innsbruck, quando, quelli che secondo l’autore ci volevano bene e ci rispettavano come italiani, non volevano concederci né un’università italiana né dei semplici corsi in lingua italiana.
E nel libro la trattazione continua con queste inesattezze. Fenomeni culturalmente e politicamente importanti, come il liberismo trentino ottocentesco, viene solo accennato; per non parlare della semplicità e velocità con il quale vengono trattati temi importanti del secondo dopoguerra come il terrorismo altoatesino (eh, se si vuole dipingere l’idea di un territorio della pace non si può dire che si mettevano bombe e si uccideva) o lo scontro Trento – Bolzano (i trentini amavano così tanto i sudtirolesi che tentarono in tutti i modi di allontanarli dalla gestione del potere, denotando un latente e lungo e rancore o anche uno squallido attaccamento alla poltrona).
Potrei continuare a lungo così, gli esempi di semplificazione in questo libro abbondano. C’è quasi da chiedersi il senso di perdere quasi dieci pagine a copiare lo statuto d’autonomia per spiegare le competenze e i ruoli della Provincia: quelle pagine si potevano impiegare per spiegare meglio i continui concetti mal espressi.
Per concludere, tutte queste cose danno l’idea di un libro scritto più sui sentito dire e sui luoghi comuni, che un libro scritto da uno storico abituato ad adoperare fonti di vario tipo (cosa che Baratter sa fare bene, nella sua Storia dell’Asar l’apparato bibliografico è notevole).Ripensando poi alla dedica del titolo, ai miei figli, insomma, se io dovessi spiegare una cosa a mio figlio cercherei di spiegarla nel modo più completo possibile, non in maniera lacunosa e incompleta.
GIUDIZIO:

*


DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO

AUTORE: Lorenzo Baratter
TITOLO: L’Autonomia spiegata ai miei figli
CASA EDITRICE: Egon
N° PAGINE: 78
ANNO DI EDIZIONE:  2011

La firma contro le Comunità di Valle: una riflessione

Da qualche giorno è iniziata la raccolta firme (qui e qui), ad opera della Lega Nord, per indire il referendum per abolire le Comunità di Valle. Dopo una legge approvata nelle polemiche e nel silenzio nei confronti dei cittadini messi di fronte al fatto compiuto, dopo un anno di proteste più o meno forti di partiti, singoli politici, gruppi di cittadini o singoli cittadini, il partito più di lotta ( e contro questa legge), la Lega, è riuscita a far approvare il referendum; ora deve solo raccogliere le 8000 firme necessarie per farlo approvare.

il manifesto della Lega Nord

Subito è iniziato il tiro al bersaglio del duo UPT&PATT contro l’azione leghista. I primi insistendo sulla bontà della nuova istituzione, sul bisogno di tempo perché questa entri a pieno regime; i secondi aggiungendo anche il loro solito slogan “leghisti nemici dell’autonomia”.

Io son sempre stato contrario a questa riforma istituzionale, non mi è mai piaciuta e l’ho sempre ritenuta un carrozzone per i vari trombati dalle elezioni, oltre che un’enorme spesa inutile (qua l’articolo che scrissi, male, frettolosamente, abbozzando idee che poi ho affinato, nel periodo pre elezioni per le Comunità nel settembre 2010); per cui ho trovato estremamente naturale andare a firmare, oggi, ai banchetti della Lega Nord.
Me ne sono fregato che fosse la Lega Nord a promuovere questa riforma, quella Lega che io stesso non esito a definire anti-italiana (io che mi sento fortemente italiano), razzista (o comunque xenofoba), retrograda e ignorate; me ne sono fregato perché in questo momento è l’unico partito che si è dato da fare e che rappresenta la mia idea nei confronti di queste Comunità, l’unico che si è dato da fare per provare a cancellarle. Sarei andato a firmare al banchetto di ogni altro partito, pur di fare qualcosa contro questa riforma che trovo assurda e dispendiosa.

Io sono contrario a questi nuovi enti perché li ritengo economicamente dispendiosi, oltre che un abuso dell’autonomia. Nella mia visione autonomia non significa dopare il sistema di amministratori, di politici (in Trentino su circa 500.000 abitanti ci sono circa 6200 – per difetto – amministratori!!), ma ottimizzare e migliorare il benessere dei cittadini sfruttando le competenze che si hanno. Continuare a creare enti era una pratica diffusa nell’ex Urss, tipica di un regime che si basava sull’assegnare incarichi su incarichi ad amici e parenti per avere sempre vaste clientele e appoggi che davano potere. In una provincia come la nostra con un territorio montuoso e ricco di comuni piccoli-piccolissimi, più naturale risultava, e risulta, l’accorpamento degli stessi; accorpamento che avrebbe creato enti più forti, con più potere d’intervento sia territoriale sia economico. Questo avrebbe consentito una grandiosa razionalizzazione degli interventi, ad esempio, stradali nella provincia: non più opere spezzettate su richiesta dei comuni aspettando mamma Provincia, ma iniziative proprie dei nuovi comuni, che avendo un territorio più vasto, potrebbero progettare idee più funzionali e pratiche, con larghe visioni d’insieme. La prova di ciò che dico la si evince dai risultati delle elezioni delle Comunità di Valle: le zone più densamente popolate, la Vallagarina (37,97%) e l’ Alto Garda e Ledro (31,86%) hanno sonoramente bocciato la riforma, mentre nelle zone dei comuni piccoli e deboli l’affluenza è stata “maggiore” (sulle restanti 13 comunità solo 7 hanno superato la soglia del 50%, rimanendo, tranne per un caso, sotto il 56%): a significare che nei piccoli centri i cittadini sentono il bisogno di un cappello più grande.
Da sottolineare, infine, che l’affluenza è stata del 44,47%: una bocciatura totale! (qui un riassunto completo delle elezioni)

Ecco quindi che salta all’occhio l’opportunità di trasformare questo dato in una vera Riforma, con la R maiuscola: accorpare i comuni trentini, ora 217 (anche più del lontano periodo asburgico, tanto idealizzato da certi partiti), molti anacronistici, comuni che, nella nostra epoca della comunicazione istantanea, non servono più. E’ l’ora di abbandonare l’idea che l’autonomia significhi rendere amministratori tutti i cittadini come se diventando amministratori si partecipi al governo della cosa pubblica e al bene comune. Il dovere civico è un altro e lo si compie anche non avendo una tessere politica e non sedendo su qualche poltrona. Invece c’è in questa provincia, propagandata da qualche anno, quest’idea marcia di autonomia, che non è più autonomia in senso proprio ma “faccio io da solo, stai via”, si abbandona l’idea di cooperazione tra i cittadini e gli enti; ma la cosa più grave, è che mi sembra leggere, nelle righe di queste manovre, una precisa volontà centrale di Trento di creare enti di per sé deboli per sfiancare le resistenze alle decisioni centrali e governare con più libertà e “autoritarismo”, imbrigliando e incatenando la tanto sbandierata autonomia degli enti locali.

Il "centrosinistra autonomista": una riflessione

Il concetto di “centrosinistra-autonomista” tanto sbandierato qui in Trentino e carissimo all’attuale maggioranza provinciale è errato e fallace.

Sia a livello provinciale che a livello comunale sono PD, UPT e PATT a dividersi di volta in volta le diverse poltrone, con un attento gioco di incastri e di alleanze partitiche da far accapponare la pelle: questi stessi partiti che governano uniti in un comune si accoltellano in modo fratricida per il potere nell’amministrazione confinante. È un morboso attaccamento alla poltrona e al potere che unisce indissolubilmente la politica italica a quella trentina, nonostante quest’ultima si dichiari diversa, più “alta”.
Ma guardando a quell’alleanza (Pd, Upt, Patt) una domanda mi sovviene prepotente: come può una forza politica che si dichiara riformista e progressista, il Pd, la “sinistra”, seppur temperata dalla componente moderata dell’Upt, il “centro”, allearsi con un partito come il Patt prettamente conservatore, quantomeno reazionario a giudicare dalle “sparate” di alcuni suoi membri?

Solo poco tempo fa (primi di settembre) un esponente di spicco del Patt chiedeva su Facebook chi volesse tornare con l’Austria (link)! Per non parlare dei continui richiami nostalgici al vecchio impero asburgico, visto quasi come l’età dell’oro trentina (soprattutto il periodo precedente al Congresso di Vienna): tornare indietro di più di cento anni (link)!

Applicando la situazione trentina all’Italia, è come se, per assurdo, alle prossime elezioni politiche si formasse una coalizione composta da Pd, Udc e Lega Nord.
Tale alleanza non sarebbe osteggiata dai tesserati  ed elettori dei tre partiti come schiaffo ai valori dei partiti stessi? Non sarebbe vista come uno schifoso gioco elettorale fatto solo per vincere e riempire più poltrone?? Eppure, qui in Trentino sembra che l’incongruenza politica di siffatti schieramenti non sia poi così evidente, anzi sembra tutto normale, tutto giusto e corretto. Le poche voci che si alzano a far notare questa incongruenza vengono additate in alcuni casi come “nazionalistiche” o “’taliane”, in altri semplicemente ignorate.

Ma i problemi di tale alleanza emergono, e non posso non pormi un altro interrogativo: come possono i politici Pd conuigare l’equità, i concetti di giustizia sociale, l’attenzione per i diversi, per gli stranieri con il concetto “prima i trentini” del Patt?
Per una volta le forze politiche non potrebbero guardare ai propri valori e non barattarli per qualche poltrona?

Riflessione sul Trentino e l’Autonomia

L’autonomia. In Trentino è un dogma, una verità di fede e come tale non ragionabile. E’ li, fissa, ferma, immobile, incarnata dal “retto e giusto” governo tridentino; quello che compie il governo, scelte, politiche sono per definizione giuste sia a priori sia a posteriori; chiunque dica “ma…” è un deviazionista. E’ un clima da anni ’20 sovietici, solo che mancano, per fortuna, i processi e le pene di morte non ci sono, ma ci sono i giudizi e i commenti sprezzanti.
Così, chiunque provi a parlare in termini critici o costruttivi dell’autonomia, provando visioni al passo con i tempi, oppure fare un’analisi dell’autonomia nel contesto nazionale o addirittura, prova a contrastare l’operato di Trento (del tipo: le Comunità di Valle sono inutili, hanno solo moltiplicato le poltrone, si potevano fare altre riforme) viene additato come nazionalista (o  fascista, se va male), italiano o “taliam” ( che in dialetto è un dispregiativo). Tutto questo perché i simpatici e allegri paesani, spalleggiati da un partito inutile, non vogliono perdere i propri privilegi (leggi soldi e poltrone), ma, anzi, vogliono solo aumentarli! Non facendo altro che quello che tanto contestano a Roma, ipocriti!

Curiosità dagli archivi

Ogni tanto il lavoro dello storico ci mette davanti a strani casi, anche comici alle volte. Ed è quello che è capitato a me oggi pomeriggio, mentre stavo studiando alcune carte conservate nell’Archivio Storico del Comune di Roverto, per il tirocinio universitario.
In una cartella contenente documentazione riguardante i prestiti di guerra (siamo nel 1914, prima guerra mondiale quindi), mi sono imbattuto in quattro volantini/manifesti da appendere per le strade, conservati in tre colori diversi. Fin qui nulla di strano. Si tratta di un appello alla popolazione trentina “per i nostri soldati in campo“, firmata dalle maggiori personalità dell’epoca, il vescovo Endrici, alcuni deputati, il podestà di Trento Zippel, il podestà di Rovereto Malfatti, e altri, per un totale di quindici personalità.

La cosa strana però, è che i tre colori conservati, erano il verde, il bianco e il rosso: i colori del tricolore italiano. Non appena me li son trovati davanti mi son messo a ridere. In piena prima guerra mondiale, con i propri soldati al fronte, i manifesti per raccogliere denaro, alimenti, vestiario e quant’altro che servisse ai propri compagni al fronte erano stati affissi con i colori del tricolore italiano, in un periodo in cui i rapporti di buon vicinato erano sostanzialmente rotti.

Ora, cercando di non commentare con una retorica faziosamente nazionalista, dubito fortemente che i manifesti siano stati affissi per le strade con la sequenza classica del tricolore italiano (verde, bianco, rosso) anche perchè Rovereto era piena di caserme e quindi di soldati austriaci (e due di queste caserme erano sulla via per diventare prigioni per prigionieri russi). Dubito altresì che si siano messi a stampare voltantini in molteplici colori. Sono propenso a credere che i volantini conservati siano effettivamente quelli stampati (nel senso dei colori), anche per la evidente calamiticità di quei colori all’occhio umano: una macchia verde o rossa o bianca su un muro la noti. Penso anche che motivazioni irredentiste siano poco probabili (nonostante la larga presenza, tra i firmatari, di personalità legate all’autonomismo trentino – che per l’epoca voleva dire staccarsi da Innsbruck come provincia autonoma) appunto per la larga presenza militare in città (infatti non so se negli altri centri provinciali siano ancora conservati questi documenti, ne, nel caso, i loro colori).

Può anche essere che, a guerra finita, passati all’Italia, qualche funzionario abbia deciso di ingraziarsi le nuove autorità gettando i manifesti di diverso colore dal tricolore; ma di ciò dubito fortemente. La mole di materiale conservato non consentiva di certo di andare a sfogliare gli archivi alla ricerca di volantini di colore non patriottico, ne poi, hanno tutto questo valore da dover per forza lasciare un tricolore nella cartella.

Lascio la fotografia dei manifesti (è stata scattata col mio cellulare, per cui scusate la qualità non ottimale)