#RECENSIONE // Machiavelli – Il Principe

Niccolò Machiavelli
De Principatibus (o Il Principe)

Questa non può essere una recensione ne un commento al grande capolavoro del letterato fiorentino; non ho ne la cultura, ne la conoscenza e mi manca una certa padronanza della lingua italiana.  Vuol semplicemente essere un caldo invito alla lettura.Il Principe
 
Perché leggere oggi un testo vecchio di quasi cinquecento anni? E’ il problema che mi ponevo da studenti liceale quando, durante le ore di italiano, affrontavamo i classici della letteratura. Problema che ho iniziato a risolvere all’università, cambiando l’approccio ai testi e studiandoli decisamente meglio e bene.
 
Frutto di questa lettura disimpegnata e distratta (per usare degli eufemismi), fu la riduzione del Principe alla arcinota espressione “il fine giustifica i mezzi”. Riduzione sbagliatissima, perché il politico fiorentino non usa mai questa espressione nel Principatibus, ma la utilizza nella Mandragola (atto terzo, scena undicesima: frate Timoteo dice: “el fine si ha a riguardare in tutte le cose”). La riflessione machiavelliana va oltre, ed è quella la cosa interessante e coinvolgente del libro, se “coinvolgente” è un termine che si può adoperare parlando di un testo di scienza politica.
Machiavelli tenti di analizzare sistematicamente le tipologie dello Stato, come questi si formino e si conquistano, cerca di dare anche consigli di gestione dell’entità statale. La bellezza poi della sua analisi è che questa rimane sempre attuale. Come lui continua ad incitare a seguire l’esempio degli antichi, noi da lui (nostro antico) possiamo imparare molto.
I capitoli sulle qualità morali del principe, sulla gestione dell’economia dovrebbero essere letti ed applicati dai governanti di oggi. Anticipa anche una sorta di “senso dello stato” nei pubblici impiegati. E’ la sua natura repubblicana mai sopita che emerge grandemente in uno scritto dedicato ad un nobile, dedicato a chi dovrebbe costituire una signoria e non una repubblica.
Lui scrive per i principi, per i signori, perché lucidamente, già nel ‘500, vedeva che gli italiani non hanno i governanti che meritano: “qui virtù è grande nelle membra, quando la non mancassi ne’ capi” (XXVI, 16). E’ qui che sta la forza dell’invettiva machiavelliana: una nuova classe dirigente, colta, morale, intelligente, smaliziata al punto giusto, ma con fermo senso dello stato, pronta a guidare la rinascita dell’Italia e guidarla alla sua unità. Dopo cinquecento anni queste parole sono ancora esemplari.A livello testuale, la lettura può risultare certamente faticosa, si tratta comunque di un testo cinquecentesco, ricco di riferimenti a fatti e personaggi reali e mitici, riportati come esempio delle proprie affermazioni/teorie, ma che sono per lo più sconosciuti a noi. Ma, leggendo con la giusta pazienza il testo, Il Principe si svela nella sua bellezza poetica, con la ricchezza delle metafore (ad esempio quella fantastica della fortuna – donna o anche quella della fortuna – fiume), che rendono un argomento noioso come può essere la politica, interessante e avvincente.

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Niccolò Machiavelli (edizione a cura di Giorgio Inglese)
TITOLO:  Il Principe
CASA EDITRICE: Einaudi
N° PAGINE: 210

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"e di sudditi si fanno tua partigiani": Machiavelli e il Trentino

Studiando per l’esame di letteratura italiana il De principatibus ( o Il Principe) di Machiavelli, mi son imbattuto in questo passo particolare:
Cap. XX par. 5 “Non fu mai adunque che uno principe nuovo disarmasse e’ suoi sudditi: anzi, quando gli ha trovati disarmati, sempre gli ha armati; perché armandosi1, quelle arme diventano tua, diventano fedeli quelli che ti son sospetti, e quelli che erano fedeli si mantengono, e di sudditi si fanno2tua partigiani.”
Questo paragrafo mi ha stupito per la lucidità dell’analisi politico – sociale.
E’ ormai qualche anno che nel Trentino soffia il vento impetuoso del revisionismo storico e politico, con tentativi di appigliarsi ad ogni cosa pur di evocare un (non si sa bene quale) aureo passato asburgico.
Ed è questo che mi ha colpito del passo machiavellano. Infatti, il buon Niccolò nel 1509 era al seguito dell’imperatore Massimiliano I nel Tirolo; qui probabilmente avrà sentito e discusso dei tentativi di creare milizie popolari locali, milizie che hanno da sempre infiammato il Machiavelli (su il loro valore spende capitoli interi nel Principe). Due anni dopo quella legazione, nel 1511, Massimiliano I emetterà il Landlibell che permetterà la creazione dei corpi paramilitari, noti ai più come schützen o bersaglieri (già perché Trentino avevano nome in italiano, ma lo sciovinismo pantirolese tende ad oscurare questi fatti).
Machiavelli dice che armando i propri sudditi essi si faranno partigiani. Bé, cavolo, a leggere, sentire, dei discorsi “autonomistici” degli ultimi tempo il buon Niccolò ci ha preso in pieno! Esaltazione dell’Hofer (proprio mentre il mondo tirolese ha ormai compiuto una sana riflessione storica sul personaggio) come eroe mitico, la propaganda enorme per l’anniversario del Landlibell, i continui discorsi pubblici di esponenti politici che richiamano il passato asburgico come periodo d’oro (bah) e i desideri mal celati di tornare a vivere quasi come cinquecento anni fa (anche perché idealizzando il passato si pensa che sia l’epoca d’oro, quando invece non lo è).
Insomma, tirando le somme, Machiavelli vide lontano con la sua affermazione sui partigiani, determinati atteggiamenti di alcuni trentini ne sono la conferma.
1 ‘se vengono armati da te’ (sogg. i sudditi); non si tratta di dare armi ai sudditi, come privati, ma di inquadrarli militarmente (Sasso).
2 sogg. ‘tutti quanti’