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#RECENSIONE // Saramago – Cecità

José Saramago
CECITÀ
A chi non capita di ritrovarsi improvvisamente cieco al semaforo? Un attimo soprappensiero o una lieve distrazione e non ci si accorge che è scattato il verdcecitàe, è una cosa che accade spesso. È un secondo ma tanto basta per far scatenare gli automobilisti frustrati dal traffico; i loro beep beep riportano immediatamente riportano il povero sognatore nel meccanico sistema, frizione levata e via nella grigia e solita nuvola di smog.
L’intuizione di Saramago sta nel rendere costante questa “cecità momentanea”; cecità questa che non è una vera cecità ma un momento per sé, per riprendere possesso di sé stessi. È questa la “luce” che vedono i ciechi di Saramago, una luce che per sé stessi che gli dovrebbe portare a pensare di più, a cogliere le piccolezze della vita, quelle cose che senti solo col tatto e che non vedi e non comprendi se rispondi come un automa all’infinito verde – giallo – rosso di un semaforo.
È un’intuizione geniale quella dello scrittore portoghese, una metafora che flirta con il lettore per tutto il romanzo ma che mai si concede a pieno. La cecità è quindi un mezzo per fare una critica all’iperfrenesia della società occidentale: non ci si può fermare, chi lo fa è perduto!

#RECENSIONE // Bauby – Lo scafandro e la farfalla

Jean-Dominique Bauby
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA
Lo scafandro si fa meno opprimente,
e il pensiero può vagabondare come una farfalla.
Di un libro di (almeno) due autori si usa spesso l’espressione “scritto a quattro mani”, anche se a pensarci un attimo per scrivere si usa una mano e in due se ne userebbero eventualmente due.
Vabblo scafandro e la farfallaè, di questo libro, se rimaniamo sulla stessa lunghezza d’onda, si può dire che è stato “scritto a due mani e un occhio”.
Già un occhio; l’autore, Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus e entra in coma e ne esce fortemente colpito. La medicina la chiama locked-in syndrome, in parole più semplici è una mente lucida intrappolata in un corpo immobile. Solo una cosa riesce a muovere bene, l’occhio sinistro.
Ed è proprio tramite questo occhio che Bauby riesce a scrivere il “diario di questa esperienza” (quanto suona offensiva questa espressione, ma di migliori non me ne vengono…).
Aiutato da una logopedista trovano un modo di comunicare: lei gli detta le lettere dell’alfabeto francese nell’ordine di maggior frequenza
«finché con un battito delle ciglia fermo il mio interlocutore sulla lettera che deve annotare. Si ricomincia la stessa manovra per le lettere seguenti, e se non ci sono errori, si ottiene abbastanza velocemente una parola comprensibile, poi dei pezzi di frase quasi comprensibili». (p. 24)
In questo modo Bauby torna a parlare, a comunicare col mondo esterno, anche se con le (enormi) difficoltà date dal mezzo e dall’abilità degli interlocutori.
Questo libro è potente, dirompente.
La sua forza sta nel capovolgere ciò che vediamo, la nostra realtà e rendere il non-normale (l’«handicappato» come causticamente si definisce lo stesso Bauby) normale.
C’è un esplosione di energia quando l’autore descrive il pietismo degli uomini che lo circondano, come sferza con la giusta ironia e il giusto sarcasmo chi va a trovarlo e si comporta come se quello paralizzato fosse lui e non Bauby.

#RECENSIONE // Luzzatto – Il crocifisso di Stato

Sergio Luzzatto
Il crocifisso di Stato
“Senza il crocifisso sul muro, dicono, l’Italia non sarebbe più la stessa. Lo dicono tanti cattolici, ma anche tanti laici. Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione. Senza il crocifisso negli edifici statali l’Italia non sarebbe più la stessa: sarebbe più giusta, più seria, migliore.”
(S. Luzzatto, Il crocifisso di Stato, copertina)

Questo libro è un attacco duro, una presa di posizione netta e ben delineata già dal frontespizio, sopra riportato. Già si capisce dove l’autore andrà a parare nel suo scritto. Ma è la stessa forte e netta presa di posizione a spingere a prendere in mano e a leggere il breve saggio dello storico torinese: è l’interesse e la curiosità del capire e, magari, comprendere la sua posizione su un tema così importante.

La trattazione è veloce e pungente, ma, allo stesso tempo, mai troppo densa; notevole pregio visto che il fin troppo delicato argomento è trattato in poco più di un centinaio di pagine.

Il saggio, prendendo spunto da due vicende occorse ad una coppia piemontese inseguito all’approvazione del Concordato fra Stato e Chiesa nel 1984 e la loro conseguente richiesta di togliere il crocifisso dai muri degli edifici pubblici, arriva ai giorni nostri, con puntuali intervalli storici, atti ad arricchire di esempi e di esperienze l’argomento del libro (d’altronde Luzzatto è uno storico e cerca, quindi, di argomentare sfruttando a fondo il proprio campo di lavoro).

La tesi di fondo, che viene ripetuta più volte (e che mi trova più che concorde) è la contrarietà “all’idea che non soltanto l’identità italiana sia stata plasmata dalla presenza spirituale e istituzionale di Santa Romana Chiesa, ma che tale identità abbia un quid [che n.d.s.] di fisso, di immobile, e di tanto più degno in quanto fisso e in quanto immobile” (p. 47).
Ne nasce così un discorso volto a mettere in luce, a svelare, il credulismo italico sempre pronto a rivolgersi a questo o a quell’altro santo, sempre pronto ad inginocchiarsi dinnanzi a quella o a quell’altra reliquia. Credulismo che fa del crocifisso un simbolo identitario, ma che del crocifisso ignora significati e valenze morali-religiose. Credulismo che vede nel crocifisso una clamorosa occasione per scatenare una colossale offensiva alla laicità, definita con lo sprezzante “laicismo”, lanciato lì a mo’ di sinonimo, quando i due termini non si equivalgono. Credulismo che arringa, in difesa del simbolo religioso, con argomentazioni da ‘500, da “Pace di Augusta” ( se la maggioranza è cristiana cattolica è giusto e doveroso che si esponga il crocifisso e che gli altri si adeguino; una versione riveduta del cuius regio, eius religio) oppure con bislacche argomentazioni teologiche (il crocifisso è il simbolo della sofferenza in qui tutti possono identificarsi, quando, tuttalpiù, è il simbolo della salvezza, della speranza, del rispetto altrui).

In conclusione, l’autore afferma che “c’è uno spazio pubblico che si apre a tutti, per il libero esercizio di attività individuali o di gruppo, e c’è uno spazio pubblico che appartiene a tutti, e che va gestito dalle istituzioni in rappresentanza della collettività” (p. 111).

Vorrei, infine, terminare questa recensione con le stesse, toccanti, parole adoperate dall’autore per concludere il proprio pamphlet, citando una frase di Amos Luzzatto: “Cosa metterei nelle aule delle scuole italiane? La doppia elica del Dna, l’unico simbolo del genere umano punto e basta. A prescindere dal coloro della pelle, dalla lingua, dalla religione, insomma da tutto quello che dovrebbe essere solo un particolare”. (p. 116)

GIUDIZIO:
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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Sergio Luzzatto
TITOLO: Il crocifisso di Stato
CASA EDITRICE: Einaudi
N° PAGINE: 127
ANNO DI EDIZIONE: 2011

La "democrazia esportabile"

Ho letto questa risposta (e domanda) su un libretto, comprato in una bancarella del libro usato (lode alla bancarelle!), nel quale Simone Casalini interrogava vari specialisti delle scienze umane sul Novecento. In ogni intervista si cercava di dare un velocissimo affresco di questo secolo dando gli estremi e punti focali a seconda delle diverse prospettive: quella del filosofo, dello storico, dell’economista, del politologo e così via.
Questo scambio di battute l’ho copiato dall’intervista fatta a Sergio Fabbrini, nella quale si discuteva della politica del Novecento. Mi ha colpito particolarmente perché mi ha fatto immediatamente tornare alla mente la frase, che ho anche come sottotitolo al blog, “non si può imporre la democrazia al popolo, si può solo dargli la possibilità di esercitarla.”; ecco, quest’intervista mi pare che spieghi quel concetto espresso da Gorbačëv quasi venticinque anni fa, ma, purtroppo, fin troppo attuale e mai rispettato.
In calce ho inoltre trascritto le biografie dell’intervistatore e dell’intervistato.

(sc) Anche l’idea di una “democrazia esportabile” è stata un concetto ambiguo, una giustificazione per un cambio di direzione sulla scena politica internazionale.

(sf) La democrazia è un concetto plurale, basti vedere l’esperienza occidentale. In Europa abbiamo costruito diversi modelli democratici, proprio per adattarli alle diverse condizioni sociali e culturali. Alla fin fine, un grande politologo americano, Elmer Eric Schattschneider, aveva scritto poco dopo la seconda guerra mondiale che «la democrazia è stata fatta per i cittadini e non viceversa». In realtà, la democrazia non si esporta, ma deve essere costruita pazientemente dall’interno. Il compito dello scienziato della politica è quello di mostrare tale pluralità di vie della democrazia. Dopo tutto, se in Europa o in Occidente abbiamo trovato strade differenziate, non vedo la ragione per la quale i Paesi non occidentali non possano fare altrettanto, adattando i principi democratici ai loro contesti. Negare loro questa possibilità significa riaffermare la visione della nostra superiorità culturale. Una visione che trovo moralmente, oltre che scientificamente, infondata.

[Simone Casalini, Intervista al Novecento, Egon, 2010, Rovereto, pp. 43-44]

Simone Casalini (Fano, 1974): laureato in Scienze politiche all’Università degli Studi di Urbino, si è occupato di ricerca in ambito politologico e filosofico, studiando in particolar modo la produzione della Scuola di Francoforte e il poststrutturalismo francese. 
Sergio Fabbrini (Pesaro 1949): è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore della School of Goverment dell’Università Luiss di Roma.È recurrent visiting professor in Comparative Studies della University of California di Berkeley. È stato professore ordinario di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Trento e direttore della Scuola di studi internazionali. È stato direttore della “Rivista italiana di scienza politica” dal 2004 al 2009. Nel 2009 ha vinto il premio Filippo Burzio per le Scienze politiche e nel 2006 è stato il primo italiano ad aggiudicarsi l’European Amalfi Prize for the Social Sciences.

Simile alle danze degli stregoni negri impazza ora in Europa il "rock’ n-roll"

Direttamente dagli anni ’50 un simpatico articolo sul rock (inteso come ballo e non come musica) e il suo dilagare in Europa. Curioso, poi, notare come il giornalista si ingegni nel trovare delle nobili origini a questa nuova danza, vista come la dissacrazione di un ballo tipico catalano. Lo scrittore così va a descrivere le impressioni di questa danza catalano, arrivando a toccare brevemente anche la situazione politica nella Catalogna: il ballo diviene così una forma di autoidentificazione, di differenziazione dal potere centrale (notevole anche la frecciatina lasciata per gli esponenti SVP e austriacanti vari, leggera ma incisiva). Per quanto la parte sul rock ( i primi capoversi) sia alquanto datata e ricca di pregiudizi, è simpatico leggere di questo genere, ormai quotidiano e di routine nelle nostre vite, ma che sessant’anni fa era una sconosciuta, e malvista, novità!
L’articolo è tratto da l’Adige del 23 ottobre 1956. Ho copiato l’articolo così com’è stato scritto, lasciando accenti e parole così com’erano (es. perchè e non perché).
sospende il traffico e mette in allarme la polizia
Simile alle danze degli stregoni negri impazza ora in Europa il “rock’ n-roll”
esso appare una degenerazione di una elegante danza catalano: la sardana
 
 
Fra le altre cose, buone e meno buone che ci ha inviato l’America, le danze: il cacke-wolk, il fire-can-can, e questa furia di «rock’n-roll»che di recente si è scatenata su Londra e su Parigi, sempre s’intende, in grazia della decima musa.
«Pensa – diceva un testimone di quel bailamme – un’esaltazione, una eccitazione che afferra tutti, che nulla può invidiare alle fantasie degli zulù alle danze dei cannibali; che sospende il traffico e arresta le automobili. – Ha almeno questo pubblico vantaggio, se è vero che chiodo scaccio chiodo. Oh! il Bel Danubio bleu! Oh, le Serate del bosco viennese… E la Danza delle Ondine e il Valzer dei fiori!»
E noi potremmo leggerci, e ricercare in tutta «L’histoire de la danse, à travers les àges»di F. de Ménil, senza trovare qualcosa che le si avvicini, ove volessimo tentare raffronti tra le tribù primitive e la civiltà nostra. Libertà o anarchia? Rammollimento cerebrale, paranoia, o pazzia collettiva? Auguriamoci d’esser lasciati in pace almeno in casa nostra, salmisìa, chè non si sa mai. E provveda chi tocca dal momento che con queste quattro righe noi non avremo ancora salvato niente.
E così cambiamo discorso. Tanto più perchè codesta novità coreografica mi ha fatto ricordare un’altra danza che, avendo un tenue filo di contatto con quella, si svolge però con eleganza e grazia di movenze, su ritmi vivaci e caratteristiche melodie: è la «Sardana», la danza tipicamente nazionale che i catalani svolgono con lo stesso sentimento degli altri popoli quanto intonano l’inno nazionale, o salutano la bandiera. È un atto di fede, «es la dansa més bella…», come potreste certo sentirvi dire. Perchè i catalani considerano la loro civiltà, la lingua, i costumi, le attività come indipendenti dalle corrispondenti caratteristiche spagnole; da ciò il movimento separatista catalano, che non trascura – nemmeno là – nessuna affermazione, almeno teorica, ma che è sempre stata una certa incognita per l’unità spagnola. Più il sentimento catalano è stato combattuto dal governo centrale, più si è danzato la sardana, più si è reagito così pacificamente, a suon di musica anzichè di legnate. È un bell’esempio. Perciò anche coloro che non hanno mai mosso un passo a ritmo di danza, entrano nel gran cerchio dei ballerini, si lanciano nel vortice per dimostrare il proprio irriducibile sentimento regionalistico.
Ma si balla così anche senza significato politico, per la gioia sola di ballare, di fare un po’ di chiasso in compagnia.
La saradana cominciò a danzarsi in Gerona, nelle regioni dell’Ampurias, della Selva, della Garrocha, isolandosi dal «contrapàs», di difficile esecuzione, di cui era una figura. Divenne cosa a sè, una specie di girotondo, al quale tutti possono partecipare.
In qualche sera, sul Parallelo – il grande viale popolare dei divertimenti a Barcellona – sulla piazza dell’Università, o lungo il Paseo de Gracias, una delle molte orchestrine attacca le prime otto battute, che sono come l’invito. Allora vedreste uomini e donne alzarsi dai tavolini dei caffè, sbucare di corsa da una delle tante stradicciole e in un attimo formare la «rosa».
TI trovi per caso da quelle parti? Coraggio, entra anche tu nella rosa; e sarai certo di trovare due mani tese ed un sorriso cordiale ad invitarti. Farai il girotondo ad una grande fontana, sarai trascinato su per la fantastica scala che dal Palacio Nacional scende a Plaza de España. I tram si arrestano, le automobili si fanno educatamente, silenziosamente, da un lato; e qualcuno magari anche salterà a terra tanto per sgranchirsi le gambe. poi si metterà più volentieri a sedere. Per conto tuo, se non sei allenato, prova a resistere; resistere magari – ok, metti caso – a due occhi neri e ad una voce ben intonata: «Quan tu ‘m mires – i sospires – sento que abrusa mon cor – l’amor…». Già, si batte sempre lì, come dicono i titoli: «Cor sobre cor…», «El cavalier enamorado», «Una mirad…», «Santa Espina»poi, è veramente il canto nazionale catalano.
Da pochi anni soltanto la Sardana si è generalizzata. Era prima una danza rurale, che la gente di città considerava con interesse, ma non ballava, giudicandola poco distinta; sarebbe come se nei nostri salotti borghesi si fosse danzato un tempo, la tarantella, il trescone o la monferrina. Oggi, all’invito di quelle prime affascinanti battute, escon di casa, volan le suole, si lanciano nel turbine, a correre, a pirlare, a zompare, a cantare: «core sobre cor», per confermare sempre più, con i passi ritmici e armonici della danza nazionale il proprio irriducibile sentimento, la incocussa fede; mentre il movimento separatista – che non trascura nessuna affermazione teoria… – si libra sull’ali del canto. Così non dà noie al governo.
«Oh! Santa Espina!»
Giorgio Ed. Calandra

#RECENSIONE // Galli della Loggia, Schiavone – Pensare l’Italia

Ernesto Galli della Loggia – Aldo Schiavone
Pensare l’Italia

È difficile assistere ad una conversazione tra storici, visto che anche durante le conferenze i batti e ribatti durano che pochi minuti (anche per motivi di tempo complessivo); ancor più difficile, se si ha la fortuna di assistervi, è seguirne i concetti, gli esempi, le idee elencate e ricordarsele per tutta la conversazione. Anche perché, gli storici, tendono a dare per scontate molte cose quando iniziano a discutere tra loro e per un pubblico “non del mestiere” seguire il filo del discorso si fa complicato: la storia è un enorme contenitore e quando lo storico “s’accende” va a rovesciarne l’intero contenuto.
Questo libro, potremmo dire, capita a fagiolo per affrontare il problema sopra detto. Infatti Pensare l’Italia, nasce da una chiacchierata tra due valenti storici, specializzati in campi totalmente differenti e con un percorso culturale totalmente differente. Il primo Ernesto Galli della Loggia, contemporaneista e “democratico-nazionale”, il secondo Aldo Schiavone, docente di diritto romano e “vecchio hegeliano”.
Il merito di questo libro è di far entrare il lettore in una chiacchierata tra storici, nell’incontro-scontro delle visioni del passato e di come questo sta influenzando il presente e/o influenzerà il futuro. Il vantaggio della parola scritta è quello di poter riflettere sopra i concetti espressi, quasi mitragliati, dai due intellettuali. In questa maniera un oscuro dibattito tra esperti, diventa comprensibile ai lettori, i quali possono imparare dalla lettura.
Il dibattito prende vita attorno al quesito col quale inizia il libro stesso: “E adesso, che la festa è finita?”. Ovvero, ora che le festività per i 150 anni stanno finendo, che rimane di quelle spinte patriottiche, quei tricolori spolverati per l’evento, quel continuo fischiettare dei Fratelli d’Italia? Ne rimane soltanto quell’immagine desolante e decrepita dell’odierna classe dirigente che non sa affrontare l’enorme crisi economica che ci ha investito e che pensa solo a se stessa? Ma, poi, come è possibile che tale classe dirigente ci governi?
Su questi sostanziali quesiti si snoda il colloquio fra i due storici, che tratteggiano, lungo i secoli della storia d’Italia, le mancanza e le occasioni perdute, ma anche gli slanci e le forze propositive che lo Stivale ha avuto.
E i due non evitano neanche il contrasto duro, frutto del differente retroterra culturale, ma sempre con toni calmi e pacati, comprendendo le tesi dell’altro e non chiudendosi a riccio sulle proprie. Ci insegnano così a rispettare le tesi avversarie, a “non mangiare” chi non la pensa come noi. Un’alta lezione morale sottintesa, dalla quale far ripartire anche la società italiana che, come discusso, ma concordato dai due, ha sempre avuto il difetto di dividersi e lacerarsi profondamente, frutto ciò di una sua “iperpoliticizzazione”. A questo si aggiunge un Italia che da sempre pensa per sé stessa, non come stato ma come singoli, singoli non intesi come individualismo, ma familismo, la tendenza cioè a curare l’orto di casa propria, a rafforzare e curare gli interessi della famiglia prima ancora di quelli dell’individuo e/o dello Stato.

La conclusione dell’incontro vede i due storici chiedersi come l’Italia possa affrontare la tempesta sulla quale sta navigando, in un mondo sempre più globale, investito dal tornado “crisi economica, e dove a farla da padrone saranno sempre più i nuovi grandi blocchi economici Stati Uniti, India, Cina, Brasile, ma non l’Unione Europea, anch’essa in profonda crisi: ormai dal Vecchio Continente “non passerà più la grande storia, il centro non è più qui”. L’Italia, concludono, deve ritrovare la propria identità, ravvivarla, trarne un modello da cui prendere slancio e ispirazione per guardare avanti. 

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE:
Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone
TITOLO: Pensare l’Italia
CASA EDITRICE:
Einaudi
N° PAGINE:
144
ANNO DI EDIZIONE:
2011