Sofferenza

“E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle.”

(Albert Camus, La peste)

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#RECENSIONE // Apuzzo – Lettere al di là del muro

Stefano Apuzzo – Serena Baldini – Barbara Archetti
Lettere al di là del muro dai bambini palestinesi dei campi profughi
“Sogno un cielo azzurro, sogno il canto di pace di un uccellino, alberi verdi e strade senza check point e senza filo spinato, per vivere in pace e riprenderci la nostra infanzia, per come deve essere” (Marah, 12 anni; p. 88).

Iniziando a sfogliare le lettere dei bambini palestinesi che compongono questo libro, la mente non può che andare a quella tragica testimonianza che è il Diario di Anna Frank.

Anna riversò in quelle pagine le proprie speranza, illusioni, sogni, momenti di vita quotidiana, gli aspetti positivi e negativi di quella sua vita da braccata, da morta vivente.
Uguali sono le lettere di questi bambini, sia per la loro fascia d’età, sia per i contenuti; anche loro braccati, anche loro costretti a vivere come dei morti viventi.

E la cosa è terribile nella sua triste nella sua tragica ironia. Anna Frank, esempio eterno (almeno finché esisteranno i libri) dell’odio razziale verso gli ebrei,  i bambini palestinesi esempio odierno dell’odio proprio di quello stesso popolo ebraico verso gli altri uomini.
Fig.1

L’espressione ciceroniana historia magistra vitae mi pare che qui, più di ogni altro posto e occasione, ha la sua fine.

Sarà pure una domanda retorica, ma che popolo è quel popolo che non impara dal proprio passato, ma che, anzi, riversa sugli altri l’odio che ha subito?
Fig.2
Tornando alle Lettere, queste ci raccontano la vita nei campi profughi, racconto visto con gli occhi di bambini. Ma bambini non come li immaginiamo noi abituati alla nostra tipo di infanzia. Sono bambini cresciuti, “forgiati” dagli orrori di una guerra mai realmente finita (e che mai realmente si ha intenzione di finire); dall’orrore di vivere ammassati e recintati da un muro così alto che quasi non lascia passare il sole, figurarsi l’aria, figurarsi il respiro; dalla paura di vedere i propri genitori e fratelli prelevati a forza nel cuore della notte dall’esercito israeliano; dal sonno che non è un riposo ma un’atroce incubo non sapendo che mai accadrà; e via dicendo, la lista sarebbe interminabile. E’ interminabile per un uomo adulto, figurarsi un bambino.
Ma più delle Lettere, quello che più mi ha colpito del libro sono stati i disegni dei bambini riprodotti nel testo (Fig. 1  e 2); alcuni per la loro “bruttezza” sembravano i miei: disegni simili a migliaia di chilometri di distanza. Disegni simili nelle forme e nei contenuti. Io però disegnavo armi da guerra per gioco, per il fascino che la guerra esercitava sulla mia mente; loro le disegnano perché quelle armi gli distruggono la casa, gli amici, i parenti, la vita.
Ma in fondo, i disegni simili di due bambini che abitano ai due poli del Mediterraneo ci dimostrano come l’umanità sia simile, che i bambini desiderino la stessa identica cosa: vivere felicemente con la propria famiglia e i propri amici. E che solo l’odio inculcato dagli adulti li può portare ad odiare, ad apporre i propri stessi disegni propiziatori (quei disegni che proprio sono l’emblema dell’uguaglianza dell’infanzia!!) sui razzi che poi andranno a cadere e distruggere altri bambini (Fig. 3)
Fig.3 – Si può leggere la scritta “with love from Israel”
Termino l’articolo riportando alcuni degli stralci più belli e significativi delle Lettere; queste però vanno lette nella loro interezza, e assieme alle altre, per ricevere fino in fondo il messaggio che questi bambini vogliono mandarci; di certo questi pochi stralci richiamo i temi fondamentali: speranza in un futuro migliore, il richiamo della libertà, della Terra d’origine, della rabbiosa persecuzione dell’esercito israeliano.
  • “Cadono le foglie dagli alberi sulla terra e da lontano viene il vento per raccoglierle, ma il loro grido di aiuto cade nel vuoto, perché sono rinchiuse dentro queste mura che si chiamano campo profughi.” (Marah, 9 anni; p. 92);
  • “Alcuni fratelli sono stati privati dell’istruzione per permetterci di affrontare le spese necessarie.” (Suheir, 12 anni; p. 98);
  • “Un giorno Ahmad si siede a pensare a quello che vede tutti i giorni all’interno del campo: quando i soldati fanno incursione nelle case rompendo alcune cose, porte e oggetti e qualche volta prendono i giovani e i bambini e li mettono in prigione.” (Ahmad, 12 anni; p. 130);
  • “I soldati impediscono agli studenti di andare a Sheikh Jarrah. Ci vogliono tre ore per far passare una sola auto dal check point.” (Mohammad, 12 anni; p. 86);
  • “Vorrei che la Palestina fosse libera.” (Sarah, 11 anni; p. 83);
  • “Dopo il nonno è diventato profugo, prima è stato a Gaza, poi in Giordania e alla fine a Qalandia. Prima invece viaggiava per lavorare, in Egitto e in India, faceva anche la guida turistica.” (Ahmad 13 anni; p. 121);
  • “Ma qual è l’utilità per noi bambini della presenza di questi giornalisti che continuano a fotografare la sofferenza? E’ possibile che possano fare qualcosa per aiutarci?” (Marah, 9 anni; p. 92);
  • “Vorrei essere una pietra nel muro del ritorno, che è un muro più alto del Muro della discriminazione razziale. Il muro sul quale, in una mattina lucente, passeremo.” (Iman, 12 anni; p. 115);
  • “L’istruzione è l’arma della libertà, un’arma per battere l’ignoranza.” (Rasha, 11 anni; p. 99);
  • “I bambini giocano, studiano e ricevono cure, finché non arriva l’occupante ed entra nel campo, allora i bambini resistono e lottano.” (Nur, 11 anni; p. 129);
  • “Io non godo di niente, mi è stata rubata la dignità, la libertà.” (Suheir, 12 anni; p. 98);
  • “Per sfortuna ci sono dei problemi a casa dove vivo: le case sono attaccate l’una all’altra e questo rende difficile l’ingresso dei raggi del sole e dell’aria nelle case; il Muro mi impedisce di muovermi liberamente e l’inquinamento dell’ambiente e i fumi che si sprigionano dall’incenerimento dei rifiuti provocano malattie per l’uomo.” (Rasha 11 anni; p. 99);
  • “Vorrei essere anche un ingegnere per ricostruire le case demolite” (Samah, 12 anni; p. 82);
  • “Io ho un sogno, è lo stesso dei miei nonni, che è il ritorno al nostro bellissimo villaggio che è stato occupato da Israele” (Mahmud, 12 anni; p. 87);
  • “Sogno un cielo azzurro, sogno il canto di pace di un uccellino, alberi verdi e strade senza check point e senza filo spinato, per vivere in pace e riprenderci la nostra infanzia, per come deve essere” (Marah, 12 anni; p. 88).
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara Archetti
TITOLO: Lettere al di là del muro dai bambini palestinesi dei campi profughi
CASA EDITRICE: Ecoalfabeto. I libri di Gaia
N° PAGINE: 165
ANNO DI EDIZIONE: 2008

La parola “cecchino”

L’altro sera leggendo un articolo on-line sull’arresto di Mladić ( il boia di Srebrenica) e mi è tornato in mente quando scoprì la parola cecchino. Era il ’94 e si stava combattendo in quella che sarà la ex Jugoslavia: è stata la mia prima guerra, cioè la prima guerra di cui io abbia ricordo e che, in un certo senso, ho vissuto in diretta in televisione ( sul Tg5 lo ricordo ancora)  e sulla mia pelle, infatti a causa del conflitto durante gli anni delle elementari arrivarono come nuovi compagni di classe un serbo ( o bosniaco? Non ricordo più, purtroppo è passato troppo tempo) e un macedone; ricordo ancora il giorno in cui il macedone entrò in classe, il bambino serbo, già in Italia da un paio di mesi, lo squadrò e alla ricreazione scoppiò quasi un rissa, l’odio della guerra si era propagato anche nei due bambini e noi non riuscivamo a capire perché, anche se ce lo spiegavano i nostri genitori.

Così la parola cecchino entrò nella mia vita, per colpa di quella guerra. Era l’assedio di Sarajevo e fu li che i telegiornali la usarono massicciamente: mi colpì come parola. La c morbida iniziale mi faceva immaginare un soldato tutto pacioso e gentile. Quando ne chiesi il significato a mio papà mi rispose qualcosa come “i se mete sui teti e i sbara ala testa a quei che pasa”; e chissà perché provai un po’ di stima per quelle persone: probabilmente mi colpiva la loro mira, la loro capacità mimetica, la capacità di colpire ripetutamente senza farsi notare ( oggi posso dire: che orrore queste cose!). O più probabilmente ero un bambino e la guerra non era ancora stata in grado di intaccare l’innocenza della mia gioventù.

Son passati quasi diciassette anni ormai, ho cambiato radicalmente opinione sui cecchini; e di certo, non avrei mai pensato che da allora avrei assistito a così tante guerre nel mondo ( chissà perché il concetto di guerra è così distante per noi, sia geograficamente sia temporalmente – forse il senso di morte che contiene ci spinge a respingere il concetto di guerra).

Di certo chi dice oggi che Mladic è un eroe è un idiota, non per i morti che così si insultano, ma per il ricordo dei due bambini che si odiavano solo per quella guerra, solo per appartenere ad un etnia diversa.

#RECENSIONE // Grossman – L’inferno di Treblinka

Vasilij Grossman
L’inferno di Treblinka
 
Questo breve opuscolo giornalistico fu scritto sul finire dell’estate del 1944, subito dopo la liberazione del campo di Treblinka, usando fonti e informazioni di prima mano. Venne addirittura adoperato durante il processo di Norimberga.
 
l'inferno di treblinkaQui Grossman raggiunge le vette della sua carriera giornalistica. Lo stile è diverso dai seguenti capolavori letterari. È asciutto e duro, non divaga in constatazioni del momento ( ad esempio, in Tutto scorre… solo alcuni capitoli si avvicinano a questo lavoro, a livello di impostazione stilistica). Ma in questo lavoro, l’ancora giornalista sovietico, deve descrivere la dura realtà del genocidio perpetrato dai nazisti, arrivando a porsi il problema che forse chi ha compiuto tutto ciò uomo non lo era: sono pagine tremende, Grossman riesce nella settantina di pagine scarse a concentrare l’odio nazista e buttarcelo addosso, dicendo: perché è successo?
 
E nelle ultime, terribili, pagine guarda in avanti e prevede, quasi, il fascino che simili massacri potranno avere sull’uomo del futuro, sia esso vicino o lontano:
 

“Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il nazismo, il razzismo, non serberanno soltanto l’amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia stato facile uno sterminio di massa.
E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l’onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell’umanità intera.”
(V. Grossman, L’inferno di Treblinka, p. 79)

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE:
Vasilij S. Grossman
TITOLO:
L’inferno di Treblinka
CASA EDITRICE:
Adelphi
N° PAGINE:
79
ANNO DI EDIZIONE:
2010 (ed. or. 1944)