Non erano pochi…

Non erano pochi i viaggiatori che allungavano la loro strada per venire a vedere me e l’interno della mia capanna, e che, come scusa per farmi visita, mi chiedevano un bicchiere d’acqua. Io dicevo loro che mi dissetavo al lago, e lo indicavo con la mano, offrendo un mestolo per attingere. Per quanto vivessi fuori mano, non mi fu risparmiata la visita annuale che si fa – mi pare – circa il primo di aprile, quando tutti stanno per traslocare; ed ebbi la mia parte di fortuna, anche se non mancavano curiosi esemplari, tra i miei visitatori. Venivano a trovarmi certi mezziscemi dall’ospizio o simili luoghi, ma io mi sforzavo di far loro esercitare tutte le facoltà intellettive di cui erano in possesso, e farmi le loro confidenze; in tali casi, il soggetto della nostra conversazione era l’acutezza intellettuale, e così ero ricompensato. In verità, trovai che alcuni di essi erano più saggi dei cosiddetti curatori dei poveri, e persino dei maggiorenti della città – e pensai allora che fosse tempo che la musica cambiasse. Quanto all’acutezza intellettuale, imparai che non c’era molta differenza tra gli idioti e le persone normali. Un giorno, in particolare, venne a farmi visita un mendicante inoffensivo e sempliciotto che, con gli altri, avevo spesso visto trattato da zimbello, in piedi o seduto che fosse sopra uno staio, in mezzo ai campi, a custodire il bestiame e se stesso; mi espresse il desiderio di vivere come me. Con estrema semplicità e verità, assolutamente superiore o piuttosto inferiore a ciò che si chiama umiltà, mi disse che gli mancava “un po’ di cervello”. Queste furono le sue parole. Dio l’aveva fatto così, e tuttavia egli supponeva che il Signore si preoccupasse di lui come di qualsiasi altra creatura. “Sono sempre stato così”, disse “fin dall’infanzia; non ho mai avuto molta testa; non ero come gli altri bambini; sono debole di testa. Volontà del Signore, mi figuro”. Ed era là, a provare la verità delle sue parole. Per me era un enigma metafisico. Raramente mi sono incontrato con un individuo, su basi tanto promettenti – tanto semplice e sincero e vero era quanto mi diceva. E, in verità, era esaltato proporzionalmente a quanto appariva umiliarsi. Non sapevo, da principio, se ciò fosse il risultato d’una tecnica raffinata. Pareva che, partendo da quella base di verità e franchezza che il povero idiota aveva preparato, i nostri rapporti potrebbero arrivare a qualcosa di meglio dei rapporti tra saggi.

da Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, BUR, pp. 217-218

 

presentazione di Wu Ming 2 a Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli 2005;
pagina wikipedia su Henry David Thoreau;
pagina wikipedia su Walden ovvero vita nei boschi;
versione in formato pdf di Walden ovvero vita nei boschi;
pagina su Liber Liber su Henry David Thoreau.

Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria parziale

 Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria parziale
Oggi, domenica 27 gennaio, come ogni anno, si ripeterà la ormai stucchevole e ipocrita sagra della memoria conformizzata. Infatti, a parte i soliti gruppetti idioti di revisionisti, neofascisti&simili, ci sarà il collettivo stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli per il genocidio degli ebrei.
Dove voglio andare a parare dicendo su a tutti? Cerco di riordinare le idee e i concetti e di spiegarmi.
Fumo dalla ciminiera dall’Ospedale di Hadamar

La Shoa è esistita, io non la nego, anzi. Il desiderio del regime nazista di creare una “razza umana perfetta” eliminando chi poteva “infettarla” e “sporcarla” fu ed è una delle più grandi blasfemie mai prodotte dal pensiero umano. L’uomo che si eleva a Dio (Genesi 1, 26, Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza) e prova a ricrearsi: un’aberrazione, è indicibile quello che realizzò il nazismo.

Eppure, qualcosa stona in questo giorno. Polemicamente, Norman Filkenstein pubblicò nel 2000 un pamphlet intitolato “L’industria dell’olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”, riassumendo brevemente vede nell’Olocausto oggi una sorta di complotto per occupare la memoria, con tutta una serie di conseguenze politico – economiche.
Per quanto attendibile o meno, polemico o no, questo concetto di “occupare la memoria” che trapela da quelle pagine mi ha colpito. Mi ha colpito ancor di più in questi tempi, da quando ho iniziato la mia esperienza di servizio civile a contatto con il mondo della disabilità.
Se ci si riflette un attimo, il 27 gennaio è monotematico. Si commemora la sterminio degli ebrei, stop. La Giornata della Memoria viene istituita tramite una legge dello Stato (la L211/00) per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”. Frase simile (eccetto il riferimento agli italiani) che si ritrova nella Risoluzione Onu A/RES/60/7 che istituisce questa giornata a livello internazionale. In entrambe solo gli ebrei vengono nominati.

#RECENSIONE // Bauby – Lo scafandro e la farfalla

Jean-Dominique Bauby
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA
Lo scafandro si fa meno opprimente,
e il pensiero può vagabondare come una farfalla.
Di un libro di (almeno) due autori si usa spesso l’espressione “scritto a quattro mani”, anche se a pensarci un attimo per scrivere si usa una mano e in due se ne userebbero eventualmente due.
Vabblo scafandro e la farfallaè, di questo libro, se rimaniamo sulla stessa lunghezza d’onda, si può dire che è stato “scritto a due mani e un occhio”.
Già un occhio; l’autore, Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus e entra in coma e ne esce fortemente colpito. La medicina la chiama locked-in syndrome, in parole più semplici è una mente lucida intrappolata in un corpo immobile. Solo una cosa riesce a muovere bene, l’occhio sinistro.
Ed è proprio tramite questo occhio che Bauby riesce a scrivere il “diario di questa esperienza” (quanto suona offensiva questa espressione, ma di migliori non me ne vengono…).
Aiutato da una logopedista trovano un modo di comunicare: lei gli detta le lettere dell’alfabeto francese nell’ordine di maggior frequenza
«finché con un battito delle ciglia fermo il mio interlocutore sulla lettera che deve annotare. Si ricomincia la stessa manovra per le lettere seguenti, e se non ci sono errori, si ottiene abbastanza velocemente una parola comprensibile, poi dei pezzi di frase quasi comprensibili». (p. 24)
In questo modo Bauby torna a parlare, a comunicare col mondo esterno, anche se con le (enormi) difficoltà date dal mezzo e dall’abilità degli interlocutori.
Questo libro è potente, dirompente.
La sua forza sta nel capovolgere ciò che vediamo, la nostra realtà e rendere il non-normale (l’«handicappato» come causticamente si definisce lo stesso Bauby) normale.
C’è un esplosione di energia quando l’autore descrive il pietismo degli uomini che lo circondano, come sferza con la giusta ironia e il giusto sarcasmo chi va a trovarlo e si comporta come se quello paralizzato fosse lui e non Bauby.