#25aprile

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in
buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di
sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il
partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una
società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio
giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono.”

Italo Calvino

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Totalitarismo: alcune definizioni

  • Esiste un primo significato di totalitarismo sul quale, a grandi linee, le scienze sociali e le scienze politiche oggi hanno trovato un accordo. Riferito soltanto ai regimi del Novecento, esso designa un universo politico in cui un unico partito ha conquistato il monopolio del potere statale, ha assoggettato l’intera società, ricorrendo a un uso capillare e terroristico della violenza e conferendo un ruolo centrale all’ideologia. […] Più problematico è semmai trovare un accordo su quali tra queste esperienze possano essere definite totalitarie.
    (S. Forti, Il totalitarismo, Laterza, Bari, 2001, pp. V-VI)
  • Quello che noi chiamiamo stile fascista fu solo il momento culminante di una «nuova politica» fondata sull’idea di sovranità popolare nata nel secolo XVIII. […] Questo vago concetto di sovranità popolate trovò una definizione più precisa in quello che Rousseau chiamò la «volontà generale», che si realizza solo quando tutto il popolo agisce come se fosse riunito in assemblea e quando si manifesta perciò attivamente il carattere dell’uomo in quanto cittadino. La volontà generale divenne una religione laica, il culto del popolo per se stesso, e la nuova politica si prefisse il compito di regolare e di dare forma a questo culto. […] Il culto del popolo divenne così il culto della nazione e la nuova politica cercò di esprimere questa unità con la creazione di, uno stile politico che divenne, in pratica, una religione laica.
    Come si giunse a ciò? Facendo ricorso, all’affacciarsi del secolo XIX, a miti e a simboli, ed elaborando una liturgia che avrebbe permesso al popolo di partecipare al culto. Fu il concetto stesso di volontà generale che portò alla creazione dei miti e dei loro simboli e la nuova-politica cercò di spingere il popolo a partecipare attivamente alla mistica nazionale attraverso riti e cerimonie, miti e simboli, che davano un’espressione concreta al concetto di volontà generale.
    (G. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815 – 1933), il Mulino, Bologna, 1984, pp. 25-26) Continua a leggere

Programma di San Sepolcro

Italiani!
Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore, perché antipregiudizievole. Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti. Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali ecc. li tracceremo quando avremo creato la classe dirigente.
 
Per questo noi vogliamo, per il problema politico:
a. Suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b. Il minimo di età per gli elettori abbassato ai l8 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
c. L’abolizione del Senato.
d. La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e. La formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni ecc. eletti dalle collettività professionali e di mestiere,
con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario generale con poteri di Ministro.
 
Per il problema sociale, noi vogliamo:
a. La sollecita promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b. I minimi di paga.
c. La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.
d. L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e. La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
Il Programma sulla prima pagina de Il Popolo d’Italia

f. Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sull’invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età proposto attualmente da 65 a 55 anni.

 
Per il problema militare, noi vogliamo:
a. L’istituzione di una milizia nazionale, con brevi periodi d’istruzione e compito esclusivamente difensivo.
b. La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c. Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo.
 
Per il problema finanziario, noi vogliamo:
a. Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b. Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi.
c. La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra.
 
Il Popolo d’Italia, 6 giugno 1919

Manifesto degli Intellettuali antifascisti

Scritto in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti firmato da Giovanni Gentile, il Manifesto degli intellettuali antifascisti fu pubblicato sul quotidiano Il Mondo il 1° maggio 1925, pochi giorni dopo la stampa del Manifesto fascista. Venne scritto da Benedetto Croce su proposta di Giovanni Amendola.
[In calce al
Manifesto ho riportato alcuni dei firmatari dello stesso]

«Gl’intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl’intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell’accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl’intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.
E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.
E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l’unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.
E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.
Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un’assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un’originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.
Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.
La nostra fede non è un’escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.
Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.
I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.
Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.
Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gl’inadempimenti che si frappongono alla libertà, c’inducono a disperare o a rassegnarci.
Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d’intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.
E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.»

Alcuni firmatari del Manifesto

Giovanni Ansaldo
Giovanni Amendola
Sem Benelli
Emilio Cecchi
Guido De Ruggiero
Luigi Einaudi
Giustino Fortunato
Sibilla Aleramo
Floriano Del Secolo
Rodolfo Mondolfo
Attilio Momigliano
Gaetano Mosca
Luigi Albertini
Corrado Alvaro
Antonio Banfi
Vincenzo Arangio Ruiz
Piero Calamandrei
Eugenio Montale
Carlo Linati
Gaetano Salvemini
Giuseppe Rensi
Adriano Tilgher

Provvedimenti per la difesa dello Stato

Legge n. 2008 del 25 novembre 1925,  Provvedimendi per la difesa dello Stato

Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 1926, n.281
Vittorio Emanuele III
Per Grazia di Dio e volontà della Nazione
Re d’Italia.
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolo 1
Chiunque commette un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del Re o del Reggente è punito con la morte.
La stessa pena si applica, se il fatto sia diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale della Regina, del Principe ereditario o del Capo del Governo.

Articolo 2
Sono egualmente puniti con la morte i delitti preveduti dagli articoli 104, 107, 108, 120 e 252 del Codice penale.

Articolo 3
Quando due o piú persone concertano di commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli, sono punite, pel solo fatto del concerto, con la reclusione da cinque a quindici anni. I capi, promotori ed organizzatori sono puniti con la reclusione da quindici a trenta anni.
Chiunque, pubblicamente o a mezzo della stampa, istiga a commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli o ne fa l’apologia, è punito pel solo fatto della istigazione o della apologia, con la reclusione da cinque a quindici anni.

Articolo 4.
Chiunque ricostituisce, anche sotto forma o nome diverso associazioni, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, è punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre l’interdizione perpetua dai pubbliciuffici.
Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni o partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Alla stessa pena soggiace chi fa, in qualsiasi modo, propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d’azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti.

Art. 5
Il cittadino che, fuori del territorio dello Stato, diffonde o comunica, sotto qualsiasi forma, voci o notizie false, esagerate o tendenziose sulle condizioni interne dello Stato, per modo da menomare il credito o il prestigio dello Stato all’estero o svolge comunque una attività tale da recar nocumento agli interessi nazionali, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Nella ipotesi preveduta dal presente articolo, la condanna pronunciata in contumacia importa, di diritto, la perdita della cittadinanza e la confisca dei beni. Il giudice può sostituire alla confisca il sequestro; in tal caso esso ne determina la durata e stabilisce la destinazione delle rendite dei beni.
La perdita della cittadinanza non influisce sullo stato di cittadinanza del coniuge e dei figlio del condannato. Tutte le alienazione dei beni fatte dal condannato dopo commesso il reato e nell’anno antecedente a questo si presumono fatte in frode dello Stato, ei beni medesimi sono compresi nella confisca o nel sequestro.
Gli effetti della condanna in contumacia, di cui ai precedenti capoversi, cessano con la costituzione o con l’arresto del condannato; in tal caso i beni gli sono restituiti nello stato in cui si trovano, salvi i diritti legittimamente acquisiti dai terzi.

Articolo 6
Per i delitti preveduti nella presente legge, quando il fatto sia di lieve entità, ovvero concorrano circostanze che, ai termini del codice penale, importino una diminuzione di pena. Il giudice ha facoltà di sostituire alla pena di morte la reclusione da quindici a trent’anni all’interdizione perpetua dai pubblici uffici la interdizione temporanea, e di diminuire le altre pene fino alla metà.
Per gli stessi delitti, tutti coloro che, in qualsiasi modo, siano concorsi a commetterli, sono puniti con le pene stabilite dalla presente legge.

Articolo 7
La competenza per i delitti preveduti dalla presente legge è devoluta a un tribunale speciale costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali del Regio esercito, della Regia marina, della Regia aeronautica e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, di cinque giudici scelti tra gli ufficiali della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, aventi grado di console, l’uno e gli altri, tanto in servizio attivo permanente, che in congedo o fuori quadro, e di un relatore senza voto scelto tra il personale della giustizia militare. Il Tribunale può funzionare, quando il bisogno lo richieda, con piú sezioni, e i dibattimenti possono celebrarsi, tanto nel luogo ove ha sede il Tribunale quanto in qualunque altro comune del Regno.
La costituzione di tale Tribunale è ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determina la composizione, la sede e il comando presso cui é stabilito.
Quando concorrano le condizioni previste dall’art. 559 del Codice penale per l’esercito, possono altresí costituirsi tribunali straordinari.
Nei procedimenti pei delitti preveduti dalla presente legge si applicano le norme del Codice penale per l’esercito sulle procedura penale in tempo di guerra. Tutte le facoltà spettanti, ai termini del detto Codice, al comandante in capo, sono conferite al Ministro per la guerra.
Le sentenze del Tribunale speciale non sono suscettibili di ricorso né di alcun mezzo di impugnativa, salva la revisione.
I procedimenti per i delitti preveduti dalal presente legge, in corso al giorno della sua attuazione, sono devoluti, nello stato in cui si trovano, alla cognizione del Tribunale speciale, di cui alla prima parte del presente articolo.

Articolo 8
Nulla è innovato circa le facoltà conferite al Governo con la legge 21.12.1925 n.2260.
La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del regno, e cessa di aver vigore dopo cinque anni da tale data, salva l’esecuzione di condanne già pronunciate.
Entro lo stesso periodo di tempo, il Governo del Re ha facoltà di emanare le norme per l’attuazione della presente legge, e per il suo coordinamento col Codice Penale, col Codice di Procedura Penale, col Codice Penale per l’Esercito e con le altre leggi.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni

Il Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni fu pensato e redatto nel marzo 1925 (tra l’8 e il 30) durante il “Primo convegno di Cultura Fascista” tenutosi a Bologna. Questo Manifesto fu scritto da Giovanni Gentile e venne firmato da oltre duecentocinquanta intellettuali presenti a quel convegno. Venne pubblicato il 21 aprile 1925 sul Popolo d’Italia e su altre testate nazionali. In risposta, pochi giorni dopo (il 1° maggio) Amendola e Croce pubblicarono il Manifesto degli intellettuali antifascisti.
[In calce al
Manifesto ho riportato alcuni dei firmatari dello stesso]

«Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre.
Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto, donde una presuntuosa e minacciosa contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del prestigio del Re e dell’Esercito, simboli della Nazione soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi delle passioni e degl’istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina.
L’individuo contro lo Stato; espressione tipica dell’aspetto politico della corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita umana che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli.
Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell’individuo a un’idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione.
Di qui il carattere religioso del Fascismo.
Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo di lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal ’19 al ’22.
I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921.
Lo Stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se non la libertà esteriore.
Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all’attività dei singoli.
Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti, quantunque i rappresentanti dell’ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, si fossero, anche in Italia, venuti adattando a codesta concezione individualistica della concezione politica.
Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall’opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl’individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l’indipendenza e l’unità.
Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch’esso con la forza della sua idea la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del ’31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini).
Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante!
E cominciò a essere, come la “Giovane Italia” mazziniana, la fede di tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento.
Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiolo delle nuove energie e riplasmare in conformità del nuovo ideale ardente e intransigente.
Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria.
Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria.
Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato.
Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l’insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma.
La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l’ammirazione e infine il plauso universale.
Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione della sue forze finanziarie e morali.
Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni.
Ed è scintilla di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina, è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si instaura con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità irragionevole e dissipatrice.
E’ concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni.»

Alcuni firmatari:
Bruno Barilli
Luigi Barzini
Antonio Beltramelli
Guelfo Civinini
Ernesto Codignola
Gabriele D’Annunzio
Luigi Federzoni
Giovanni Gentile (nonché estensore del Manifesto stesso)
Curzio Malaparte
Filippo Tommaso Marinetti
Ferdinando Martini
Ugo Ojetti
Salvatore Pincherle
Luigi Pirandello
Ildebrando Pizzetti
Corrado Ricci
Vittorio G. Rossi
Margherita Sarfatti
Ardengo Soffici
Arrigo Solmi
Ugo Spirito
Guido da Verona
Gioacchino Volpe
Giuseppe Ungaretti

Lettera ai lettori di Pansa

Gentile lettore, gentile lettrice,
dopo una lunga riflessione ho deciso di scriverLe per metterLa in guarda dal contenuto di questi libri, non perché siano storicamente inattendibili, tutt’altro, ma per il modo e l’approccio con il quale ne viene proposto il contenuto.
Pansa si dipinge, e viene dipinto da chi ne esalta la figura, quasi come “il portatore sano” della verità storica, nella fattispecie, la verità su come si sono realmente svolti i fatti della Resistenza; ruolo di “portatore sano” validato e rafforzato dall’aver appartenuto per anni alla “sinistra”: colui che dall’interno sapeva e che finalmente ha “parlato”. Ma appunto qui sta il primo dei molti errori che circondano questi libri. Innanzitutto, molti furono i lavori non solo storiografici sul periodo descritto da Pansa. Si hanno lavori sia di matrice comunista che repubblica-revisionista (per usare delle etichette politiche) sin dagli anni ’50 e ’60. Lavori che mettevano in luce i punti oscuri del periodo più di quarant’anni prima della “rivelazione pansiana”; lavori che potremmo definire “strumentali” e che “rendono in popolarità” per usare le parole dello stesso Pansa (sic!)usate su la Repubblica o l’Espresso, agli inizi degli anni ’90, per bollare i dibattiti attorno alla Resistenza.
Bel voltafaccia.
Un altro grave punto d’errore dei lavori del giornalista piemontese è la “mono-visione”, lo sguardo solo sui cosiddetti “vinti”, lavori che denotano il limite dell’occhio da giornalista, uno sguardo solo sull’ “oggi”, di chi non ha o non vuole usare l’occhio dello storico per ricercare le cause profonde dell’ “oggi” nello “ieri”: dopo una dittatura ventennale, cinque o anche più anni di guerra consecutivi (Etiopia, Spagna, Albania e la Seconda guerra), privazioni inumane, il vedere la propria vita crescere costretta in blocchi precostituiti dal regime senza la più totale speranza di libertà; dopo aver passato tutte, ed altre ancora, queste cose è comprensibile (ma comunque non perdonabile) una reazione del genere dei partigiani (o più semplicemente, degli oppressi) versi i propri aguzzini (o oppressori).
Per ultimo lascio l’errore di natura tecnica, importante pure questo, anche se lo si può definire sprezzantemente specialistico e noioso.
Pansa pare ignorare totalmente i più elementari ferri del mestiere storico: non parlo solo delle note, ma anche dell’assenza di una bibliografia.
Questi due punti sono imprescindibili in un lavoro storico. Per quanto frutto di un proprio ragionamento o intuizione, ogni ricerca storica si deve basare su basi documentarie che ne autentichino il contenuto e che, in caso di citazione di altri autori, rendano il giusto merito a chi precedentemente ha studiato quello stesso argomento: un rispetto intellettuale; ma questi due elementi, note e bibliografia, sono anche una forma di rispetto verso i lettori che, avendoli sott’occhio, possono andare a cercare nei testi citati ulteriori informazioni, analisi o punti di vista.

Vorrei chiudere con una citazione dalla Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, dove, già venticinque secoli fa, il grande storico greco invitava a non farsi irretire dai facili luccichii di una storia-spot, ma di indagare e conoscere chiaramente i fatti del passato:

Forse l’assenza del favoloso dai fatti li farà apparire meno gradeveli all’ascolto: ma se quanti vorranno vedere la verità degli avvenimenti passati e di quelli che nel futuro si saranno rivelati, in conformità con la natura umana, tali o simili a questi, giudicheranno utile la mia narrazione, sarà sufficiente. E’ stata composta come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo per competizione da ascoltare sul momento.

(Tucidide, Storia della Guerra del Peloponneso, I 22,4)

PS: alcuni consigli di lettura, decisamente illuminanti, sul tema dell’uso pubblico (e politico) della storia:

  • Marina Caffiero, Micaela Procaccia (a cura di), Vero e falso. L’uso politico della storia, Donzelli, 2008, Roma;
  • Luciano Canfora, L’uso politico dei paradigmi storici, Laterza, 2010, Bari;
  • Aldo Giannuli, L’abuso pubblico della storia. Come e perché il potere politico falsifica il passato, Guanda, 2009, Parma;
  • Stefano Pivato, Vuoti di Memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, 2007, Bari.