“Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l’alba che portà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pesanto: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato della storia.

Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tute le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno, Einaudi, pag. 151

#RECENSIONE // Baigent&Leigh – Origini e storia della Massoneria

 Michael Baigent e Richard Leigh

Origini e storia della Massoneria. Il Tempio e la Loggia

Mi hanno regalato questo libro al mio ultimo compleanno, poco più di un mese fa. Appena l’ho scartato, mi son detto: “Oddio! Cos’è questa cosa?!”. La parola massoneria ha infatti esercitato fin da subito quell’infausta influenza tendente al complottismo

Baigent e Leigh, Origini e storia della massoneria. Il tempio e la loggia

di cui è stata riempita nel corso dei decenni. Questa mia impressione si è rafforzata quando, girando il libro, ho letto la quarta di copertina con i punti salienti del libro: “Robert Bruce erede della Scozia celtica” (mi son detto, che c’entrano i celti con i massoni? E Robert Bruce non era solo quello di William Wallace?), “Monaci militari: i cavalieri templari” (te pareva se non tiravano in mezzo i  templari), “La guardia scozzese”, “L’enigmatica Cappella di Rosslyn” (ah, i richiami al Codice da Vinci!), “I primi massoni” (finalmente leggo massoni in un libro di massoni!), “Il visconte Dundee”, “Lo sviluppo della grande Loggia”, “La massoneria e l’indipendenza americana” (certo una dose di complottismo mancava!).
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Andai nei boschi…

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici; se si fosse rivelata meschina, volevo trarne tutta la genuina meschinità, e mostrarne al mondo la bassezza; se invece fosse apparsa sublime, volevo conoscerla con l’esperienza, e poterne dare un vero ragguaglio nella mia prossima digressione. Perché mi pare che molti uomini abbiano una strana incertezza sul suo valore, se sia di Dio o del demonio; e che abbiano concluso un po’ troppo rapidamente che il fine principale dell’uomo sulla terra È “glorificare Iddio e goderlo in eterno”.

da Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, BUR, pp. 152-153

presentazione di Wu Ming 2 a Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli 2005;
pagina wikipedia su Henry David Thoreau;
pagina wikipedia su Walden ovvero vita nei boschi;
versione in formato pdf di Walden ovvero vita nei boschi;
pagina su Liber Liber su Henry David Thoreau.

Non erano pochi…

Non erano pochi i viaggiatori che allungavano la loro strada per venire a vedere me e l’interno della mia capanna, e che, come scusa per farmi visita, mi chiedevano un bicchiere d’acqua. Io dicevo loro che mi dissetavo al lago, e lo indicavo con la mano, offrendo un mestolo per attingere. Per quanto vivessi fuori mano, non mi fu risparmiata la visita annuale che si fa – mi pare – circa il primo di aprile, quando tutti stanno per traslocare; ed ebbi la mia parte di fortuna, anche se non mancavano curiosi esemplari, tra i miei visitatori. Venivano a trovarmi certi mezziscemi dall’ospizio o simili luoghi, ma io mi sforzavo di far loro esercitare tutte le facoltà intellettive di cui erano in possesso, e farmi le loro confidenze; in tali casi, il soggetto della nostra conversazione era l’acutezza intellettuale, e così ero ricompensato. In verità, trovai che alcuni di essi erano più saggi dei cosiddetti curatori dei poveri, e persino dei maggiorenti della città – e pensai allora che fosse tempo che la musica cambiasse. Quanto all’acutezza intellettuale, imparai che non c’era molta differenza tra gli idioti e le persone normali. Un giorno, in particolare, venne a farmi visita un mendicante inoffensivo e sempliciotto che, con gli altri, avevo spesso visto trattato da zimbello, in piedi o seduto che fosse sopra uno staio, in mezzo ai campi, a custodire il bestiame e se stesso; mi espresse il desiderio di vivere come me. Con estrema semplicità e verità, assolutamente superiore o piuttosto inferiore a ciò che si chiama umiltà, mi disse che gli mancava “un po’ di cervello”. Queste furono le sue parole. Dio l’aveva fatto così, e tuttavia egli supponeva che il Signore si preoccupasse di lui come di qualsiasi altra creatura. “Sono sempre stato così”, disse “fin dall’infanzia; non ho mai avuto molta testa; non ero come gli altri bambini; sono debole di testa. Volontà del Signore, mi figuro”. Ed era là, a provare la verità delle sue parole. Per me era un enigma metafisico. Raramente mi sono incontrato con un individuo, su basi tanto promettenti – tanto semplice e sincero e vero era quanto mi diceva. E, in verità, era esaltato proporzionalmente a quanto appariva umiliarsi. Non sapevo, da principio, se ciò fosse il risultato d’una tecnica raffinata. Pareva che, partendo da quella base di verità e franchezza che il povero idiota aveva preparato, i nostri rapporti potrebbero arrivare a qualcosa di meglio dei rapporti tra saggi.

da Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, BUR, pp. 217-218

 

presentazione di Wu Ming 2 a Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli 2005;
pagina wikipedia su Henry David Thoreau;
pagina wikipedia su Walden ovvero vita nei boschi;
versione in formato pdf di Walden ovvero vita nei boschi;
pagina su Liber Liber su Henry David Thoreau.

#RECENSIONE // Saramago – Cecità

José Saramago
CECITÀ
A chi non capita di ritrovarsi improvvisamente cieco al semaforo? Un attimo soprappensiero o una lieve distrazione e non ci si accorge che è scattato il verdcecitàe, è una cosa che accade spesso. È un secondo ma tanto basta per far scatenare gli automobilisti frustrati dal traffico; i loro beep beep riportano immediatamente riportano il povero sognatore nel meccanico sistema, frizione levata e via nella grigia e solita nuvola di smog.
L’intuizione di Saramago sta nel rendere costante questa “cecità momentanea”; cecità questa che non è una vera cecità ma un momento per sé, per riprendere possesso di sé stessi. È questa la “luce” che vedono i ciechi di Saramago, una luce che per sé stessi che gli dovrebbe portare a pensare di più, a cogliere le piccolezze della vita, quelle cose che senti solo col tatto e che non vedi e non comprendi se rispondi come un automa all’infinito verde – giallo – rosso di un semaforo.
È un’intuizione geniale quella dello scrittore portoghese, una metafora che flirta con il lettore per tutto il romanzo ma che mai si concede a pieno. La cecità è quindi un mezzo per fare una critica all’iperfrenesia della società occidentale: non ci si può fermare, chi lo fa è perduto!

#RECENSIONE // Bauby – Lo scafandro e la farfalla

Jean-Dominique Bauby
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA
Lo scafandro si fa meno opprimente,
e il pensiero può vagabondare come una farfalla.
Di un libro di (almeno) due autori si usa spesso l’espressione “scritto a quattro mani”, anche se a pensarci un attimo per scrivere si usa una mano e in due se ne userebbero eventualmente due.
Vabblo scafandro e la farfallaè, di questo libro, se rimaniamo sulla stessa lunghezza d’onda, si può dire che è stato “scritto a due mani e un occhio”.
Già un occhio; l’autore, Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus e entra in coma e ne esce fortemente colpito. La medicina la chiama locked-in syndrome, in parole più semplici è una mente lucida intrappolata in un corpo immobile. Solo una cosa riesce a muovere bene, l’occhio sinistro.
Ed è proprio tramite questo occhio che Bauby riesce a scrivere il “diario di questa esperienza” (quanto suona offensiva questa espressione, ma di migliori non me ne vengono…).
Aiutato da una logopedista trovano un modo di comunicare: lei gli detta le lettere dell’alfabeto francese nell’ordine di maggior frequenza
«finché con un battito delle ciglia fermo il mio interlocutore sulla lettera che deve annotare. Si ricomincia la stessa manovra per le lettere seguenti, e se non ci sono errori, si ottiene abbastanza velocemente una parola comprensibile, poi dei pezzi di frase quasi comprensibili». (p. 24)
In questo modo Bauby torna a parlare, a comunicare col mondo esterno, anche se con le (enormi) difficoltà date dal mezzo e dall’abilità degli interlocutori.
Questo libro è potente, dirompente.
La sua forza sta nel capovolgere ciò che vediamo, la nostra realtà e rendere il non-normale (l’«handicappato» come causticamente si definisce lo stesso Bauby) normale.
C’è un esplosione di energia quando l’autore descrive il pietismo degli uomini che lo circondano, come sferza con la giusta ironia e il giusto sarcasmo chi va a trovarlo e si comporta come se quello paralizzato fosse lui e non Bauby.

#RECENSIONE // Wu Ming – Altai

Wu Ming
ALTAI
Dopo aver divorato Q in pochissimi giorni, con un famelico furore librario mi son fiondato su quello che ne è ( o dovrebbe) il sequel, cioè Altai
Ho scritto dovrebbe perché Altai segue sì temporalmente Q, ma il mitico protagonista di quest’ultimo, il riformista, il rivoluzionario Senza Nome (qui chiamato Ismael), non è che una semplice, ma comunque incisiva, comparsa.
AltaiLa storia prende piede laddove si era interrotta: da Venezia si viaggia verso l’Oriente, verso l’Impero Ottomano.
Il protagonista, tal Emanuele de Zante, è un ebreo veneziano che ha sempre celato all’autorità la sua origine religiosa/etnica. Smascherato e incolpato di un attentato (come ebreo è inaffidabile e infedele allo Stato) è costretto alla fuga. Giunge così alla corte dei Nasi/Miquez, marrani portoghesi, incontrati alla fine di Q proprio come ultimi alleati e protettori di Ismael, ma costretti alla fuga ad Istanbul. Anche in Altai questa nobile e ricca famiglia svolge il compito di protettrice del personaggio, anche se i suoi componenti saranno molto più coinvolti nella trama e nel destino stesso del de Zante.
Ormai son passati gli anni di fuoco nell’Europa e con la Pace di Augusta del 1555 e l’abdicazione di Carlo V dell’anno successivo le vicende del libro non hanno più come punto focale i sanguinosi contrasti religiosi nella vecchia Europa. Le vicende ormai scorrono su un piano eminentemente politico, con la religione lasciata lì, sospesa sullo sfondo impalpabile. Sfondo dal quale entra a sprazzi nella trama: i rapporti degli ebrei con le altre confessioni (non più solo i cristiani – cattolici o riformati – ma anche i musulmani), i pregiudizi degli altri monoteismi verso gli ebrei e, infine, la battaglia di Lepanto (1571).
Devo ammettere che la troppa foga mi ha rovinato il libro. Come sempre accade, se l’opera prima coinvolge troppo, il primo impatto con il/i sequel è spesso una delusione. E anche in questo caso le aspettative erano troppo alte. Ovviamente, mettendolo da parte e riprendendolo dopo qualche tempo, la lettura ne ha tratto vantaggio e ho potuto assaporarlo meglio.
Però, questo libro non ha quello sfondo, quell’aria di persisente rivoluzione, quel desiderio di rinnovamento che anima lo svolgersi dei fatti. È semplicemente un romanzo storico che snocciola elementi e fatti del passato, su tutti la Guerra per Cipro tra Veneziani e Ottomani con il poderoso assedio di Famagosta e la già citata Battaglia di Lepanto.
Trattandosi di fatti si sa già dove porteranno, i Wu Ming non modificano la storia per un piacere letterario; in questo modo non danno più lo spazio alle illusioni delle riforme, dell’idee di Q e questo lo si nota soprattutto nelle pagine dove compare Senza Nome, ormai vecchio e disilluso dal mondo, che vuole andare sempre più ad est, lontano dalle proprie origini, dalla profondità dell’Europa teutonica, ma anche lontano da quel mondo che l’ha adottato, seppur per pochi anni.
In conclusione, perché leggere Altai se non ha quella stessa carica emozionale di Q? Bé, perché è comunque la chiusura del cerchio iniziato con lo stesso Q e in questo modo l’animo del lettore scopre le ultime vicissitudine dell’eroe del primo romanzo a cui tanto si era legato; oltretutto Altai va a concludere un periodo storico come le guerre di religione europee proiettando la lunga ombra della decadenza ottomana nel Mediterraneo e i nuovi rapporti tra ebrei e resto delle confessioni, fattori da li in poi sempre più importanti, sopratutto i secondi. Infine, ritengo come validissimi motivi per leggere Altai i commenti dei recensori del Giornale e di Libero, che ne sconsigliano la lettura bollandolo come comunista.
Last but not least, anche Altai lo si trova in da scaricare dal sito ufficiale dei Wu Ming, assieme a tutte le altre loro pubblicazioni, cosa invitante sulla quale altri autori dovrebbero prendere spunto: una rapida lettura via rete per capire se realmente il libro interessa e poi, se veramente colpiti, l’acquisto del più comodo cartaceo, evitando spese inutili.

GIUDIZIO:
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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO AUTORE: Wu Ming
TITOLO:  Altai
CASA EDITRICE: Einaudi
N° PAGINE: pagine
ANNO DI EDIZIONE: 2009