L’uso improprio della pubblicità: il caso di Dante

L’uso improprio della pubblicità: il caso di Dante
“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita”
[Inferno I, 1-3]

Sono mesi che sta girando per la televisione la (non più) nuova pubblicità della Foxy (nel box qui a lato), non l’ho mai considerata più di tanto e quindi non mi son mai soffermato sul suo contenuto: dalle voci intuivo che il protagonista era Dante, stop.

L’altra settimana, però, complice una condivisione su un social network di un’amica (stavo studiando proprio la Commedia per un’esame) ho guardato meglio questo spot. E… orrore!

Dante sta terminando la Commedia su un rotolo di carta igienica, adoperandone solo la metà: in questo modo si vuol pubblicizzare la lunghezza di questi nuovi rotoloni.Tralascio per il momento il ribrezzo di sapere della Commedia scritta sopra un rotolo di carta igienica, vorrei inizialmente concentrarmi sulla frase che compare in sovra-impressione fin dall’inizio dello spot: “Firenze 1308 casa di Dante” [Fig. 1]. Per gli occhi, e le conoscenze medie, dell’italiano non c’è nulla di strano in ciò. Non è Dante il maggior poeta fiorentino (oltre che italiano)? Giustissimo. Non è poi Dante quello che la smena nella “Divina Commedia” con la Firenze politica? Altrettanto giusto, Dante parla di Firenze in tantissimi canti della sua opera.

FIG. 1 la scritta errata mostrata all’inizio della pubblicità

E allora, perché sconvolgersi tanto per una frase? Perché nel 1308 Dante era già in esilio da sette anni circa. Infatti, mentre era a Roma nel 1301 per una missione diplomatica, a Firenze la fazione dei Neri attua un colpo di mano e scaccia le famiglie appartenenti alla fazione Bianca, fra cui quella di Dante. Egli si trova così in esilio e viene pure condannato in contumacia per baratteria, concussione, opposizione al pontefice (già perché era fu il papa od ordire il golpe, e per questo motivo Bonifacio VIII, il pontefice, sarà tanto disprezzato e giudicato nella Commedia): la condanna è sostanzialmente il rogo se mai dovesse rimettere il piede a Firenze. E Dante non rimetterà più piede a Firenze, neanche da morto. Tutt’ora le sue spoglie sono conservate a Ravenna, e il solo pensare di traslarle a Firenze crea ancora divisioni nel centro toscano, oltre che trovarsi davanti alle ferme (e giuste) opposizioni ravennati.

E’ quindi un’offesa grave alla memoria del poeta questa sfacciata frase in sovra-impressione. Ma purtroppo, per noi e per Dante, questi errori – orrori non sono finiti.

FIG. 2 parole finali del Paradiso

Nella pubblicità viene indicato l’anno, 1308, come termine della Commedia stessa. Infatti nei secondi centrali Dante sta terminando il poema con il bellissimo verso “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par. XXXIII 145, cioè l’amore suscitato da Dio nell’universo, fa muovere l’universo stesso verso Dio). [Fig. 2] Quale errore!! Nel 1308 solo l’Inferno, la prima delle tre cantiche in qui è divisa la Commedia, sta vedendo la fine; esso è infatti datato attorno al 1309, con una probabile revisione successiva entro, e non oltre, il 1314, anno in cui dovrebbe aver terminato anche il Purgatorio. Ma il Paradiso, che termina col verso sopra trascritto e brevemente parafrasato, viene terminato proprio sul finire della vita di Dante, tra il 1319 e il 1321. Per cui ben tredici anni dopo la data pubblicizzata in questo spot televisivo. Dante morirà poi nel settembre del 1321.

Ma non è finita qua. Oltre a questi due enormi errori storici sulla persona, sulla vita e sull’opera di Dante, fino ad altri due messaggi vengono trasmessi da questa pubblicità; e son due messaggi violenti nel loro essere offensivi.

Il primi, e forse minore, è che la Commedia non è lunga neanche mezzo rotolo di carta igienica. Non che ci sia qualcosa di male nella brevità delle opere o che sia preferibile un’opera eternamente lunga. Anzi, volendo, togliendo alle versioni della Commedia, i commenti essa è veramente breve (intorno alle 300 pagine circa): ma il messaggio che leggo nello spot è questo invece “bah che vuoi che sia, neanche mezzo rotolo è lunga, è una cagata – cioè, nello slang, facile da scrivere”, e la parola cagata non è usata a caso.

Infatti, con una semplice, elementare associazione di idee, che anche i bambini più piccoli possono fare, carta igienica viene associata agli escrementi umani. Scrivere la Commedia su un rotolo di carta igienica può, quindi, entrare nelle menti degli telespettatori con un messaggio deviato e volgare come l’idea che la Commedia sia una merda. E’ un messaggio orribile questo, che va a distruggere i fondamenti non solo della cultura italiana, ma anche di quella mondiale: in tutto il mondo Dante è studiato e ammirato. Primo Levi tentò con tutte le sue forze al ricordo del canto di Ulisse, il XXVI dell’Inferno, per aggrapparsi alla sua umanità mentre stava vivendo il suo inferno ad Auschwitz. Un altro grandissimo letterato novecentesco, tal Osip Mandel’štam, imparò l’italiano solo per poter leggere la Commedia. E questi della Foxy la paragonano alla carta per pulirsi il culo! Uno dei più bassi modi per denigrare e offendere qualcosa, ne è la riprova lo sberciare di Bossi (“col tricolore mi ci pulisco il culo!”).

Ora, non propongo ne crociate in difesa della poesia dantesca né campagne per boicottare la Foxy (se ne fanno anche troppe di queste cose, un abuso ridicolo ormai); l’obbiettivo di questo post è di denunciare quella pubblicità come offensiva per Dante e la cultura italiana, nonché mondiale; l’obbiettivo è di dare chiarezza e informare, restituendo giustizia agli errori pubblicitari.

Perché, per concludere, se con la Commedia non ci si può fare un panino come proponeva Tremonti, non ci si può neppure pulire il culo: la Cultura è come un animale a rischio d’estinzione, va tutelata e protetta, va incentivata, va diffusa e prodotta.

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#Poesia \\ Il sistema solare visto da Dante

«Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.
Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ‘l padre e ‘l figlio; e quindi mi fu chiaro
il variar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;
poscia rivolsi li occhi belli.»

(Paradiso XXII, 133-154)

[biografia: iten]