L’Unità e il diritto di voto

Alcune vulgate emerse per i 150 anni dell’Unità d’Italia vanno a tratteggiare lo Stato italiano neofondato come antitetico ad un sistema democratico, in altre parole si contesta la pochezza della percentuale degli aventi diritto al voto. Non hanno tutti i torti, in effetti potevano votare solo il 2% degli abitanti del neonato stato. La critica però commette due macroscopici errori storici. Prima di iniziare a spiegarli, va comunque detto che una riforma elettorale e anche una riforma del sistema scolastico vennero fatte colpevolmente tardi dei primi governanti del regno unitario.
Innanzi tutto, il primo errore è che si vuole guardare il passato con gli occhiali del presente e ciò è sbagliato; in tal modo, infatti, si vedrà sempre il periodo già trascorso come un regresso rispetto a quello attuale, invece il passato va sempre considerato in relazione al suo periodo antecedente: solo in questo modo si possono cogliere i progressi o i regressi dell’epoca studiata.
Il secondo errore, che è anche il più grave, è isolare il contesto italiano da quello mondiale. Va bene che nel 1861 (e fino al 1882 ) votavano in Italia solo il 2% dei cittadini, ma nel resto del mondo, erano già democrazie pienamente sviluppate? No, affatto.
In Francia, c’era l’impero, con Napoleone III unico governatore, senza ministri (ergo, senza elezioni); nei possedimenti asburgici l’impero di Francesco Giuseppe era ancora assoluto e non c’era una costituzione; nella Russia gli Zar si consideravano ancora regnanti per volere divino (e si considereranno tali fino al 1917); la Germania rimase un guazzabuglio di stati e principati fino al 1871 e anche oltre (una struttura statuale più omogenea si ebbe solo con la fine della prima guerra mondiale).
Gli unici due stati più progrediti in senso democratico erano gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna, ma negli Stati Uniti esisteva ancora la schiavitù (anzi si erano pure scissi in due pur di difenderla) e il voto dei neri all’inizio valeva solo 3/5 di un voto bianco e, comunque, il problema della discriminazione razziale continuò fino agli anni ’60 del XX secolo. In Gran Bretagna c’era stata una riforma elettorale nel 1832 che ampliava la percentuale dei votanti, ma questa legge andava a modificare una situazione vecchia di almeno tre secoli (paradossalmente furono più veloci gli italiani con una riforma fatta nel giro di una ventina d’anni). Oltretutto il sistema inglese ha dimostrato tutti i suoi enormi problemi durante il periodo della Thatcher, per cui in tempi non sospetti.

Oltretutto nell’Ottocento, c’era una visione del voto in senso, potremmo dire, aristocratico, solo chi aveva un minimo di censo (e quindi cultura) poteva votare e quindi partecipare attivamente al governo del paese. In Stati con livelli d’ignoranza enormi, come si poteva pensare di affidare le scelte di governo, scelte politiche, intellettualmente elevate, a masse intere di gente che sapeva a mala pena leggere e scrivere?

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