Lettera ai lettori di Pansa

Gentile lettore, gentile lettrice,
dopo una lunga riflessione ho deciso di scriverLe per metterLa in guarda dal contenuto di questi libri, non perché siano storicamente inattendibili, tutt’altro, ma per il modo e l’approccio con il quale ne viene proposto il contenuto.
Pansa si dipinge, e viene dipinto da chi ne esalta la figura, quasi come “il portatore sano” della verità storica, nella fattispecie, la verità su come si sono realmente svolti i fatti della Resistenza; ruolo di “portatore sano” validato e rafforzato dall’aver appartenuto per anni alla “sinistra”: colui che dall’interno sapeva e che finalmente ha “parlato”. Ma appunto qui sta il primo dei molti errori che circondano questi libri. Innanzitutto, molti furono i lavori non solo storiografici sul periodo descritto da Pansa. Si hanno lavori sia di matrice comunista che repubblica-revisionista (per usare delle etichette politiche) sin dagli anni ’50 e ’60. Lavori che mettevano in luce i punti oscuri del periodo più di quarant’anni prima della “rivelazione pansiana”; lavori che potremmo definire “strumentali” e che “rendono in popolarità” per usare le parole dello stesso Pansa (sic!)usate su la Repubblica o l’Espresso, agli inizi degli anni ’90, per bollare i dibattiti attorno alla Resistenza.
Bel voltafaccia.
Un altro grave punto d’errore dei lavori del giornalista piemontese è la “mono-visione”, lo sguardo solo sui cosiddetti “vinti”, lavori che denotano il limite dell’occhio da giornalista, uno sguardo solo sull’ “oggi”, di chi non ha o non vuole usare l’occhio dello storico per ricercare le cause profonde dell’ “oggi” nello “ieri”: dopo una dittatura ventennale, cinque o anche più anni di guerra consecutivi (Etiopia, Spagna, Albania e la Seconda guerra), privazioni inumane, il vedere la propria vita crescere costretta in blocchi precostituiti dal regime senza la più totale speranza di libertà; dopo aver passato tutte, ed altre ancora, queste cose è comprensibile (ma comunque non perdonabile) una reazione del genere dei partigiani (o più semplicemente, degli oppressi) versi i propri aguzzini (o oppressori).
Per ultimo lascio l’errore di natura tecnica, importante pure questo, anche se lo si può definire sprezzantemente specialistico e noioso.
Pansa pare ignorare totalmente i più elementari ferri del mestiere storico: non parlo solo delle note, ma anche dell’assenza di una bibliografia.
Questi due punti sono imprescindibili in un lavoro storico. Per quanto frutto di un proprio ragionamento o intuizione, ogni ricerca storica si deve basare su basi documentarie che ne autentichino il contenuto e che, in caso di citazione di altri autori, rendano il giusto merito a chi precedentemente ha studiato quello stesso argomento: un rispetto intellettuale; ma questi due elementi, note e bibliografia, sono anche una forma di rispetto verso i lettori che, avendoli sott’occhio, possono andare a cercare nei testi citati ulteriori informazioni, analisi o punti di vista.

Vorrei chiudere con una citazione dalla Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, dove, già venticinque secoli fa, il grande storico greco invitava a non farsi irretire dai facili luccichii di una storia-spot, ma di indagare e conoscere chiaramente i fatti del passato:

Forse l’assenza del favoloso dai fatti li farà apparire meno gradeveli all’ascolto: ma se quanti vorranno vedere la verità degli avvenimenti passati e di quelli che nel futuro si saranno rivelati, in conformità con la natura umana, tali o simili a questi, giudicheranno utile la mia narrazione, sarà sufficiente. E’ stata composta come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo per competizione da ascoltare sul momento.

(Tucidide, Storia della Guerra del Peloponneso, I 22,4)

PS: alcuni consigli di lettura, decisamente illuminanti, sul tema dell’uso pubblico (e politico) della storia:

  • Marina Caffiero, Micaela Procaccia (a cura di), Vero e falso. L’uso politico della storia, Donzelli, 2008, Roma;
  • Luciano Canfora, L’uso politico dei paradigmi storici, Laterza, 2010, Bari;
  • Aldo Giannuli, L’abuso pubblico della storia. Come e perché il potere politico falsifica il passato, Guanda, 2009, Parma;
  • Stefano Pivato, Vuoti di Memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, 2007, Bari.
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L’Unità e il diritto di voto

Alcune vulgate emerse per i 150 anni dell’Unità d’Italia vanno a tratteggiare lo Stato italiano neofondato come antitetico ad un sistema democratico, in altre parole si contesta la pochezza della percentuale degli aventi diritto al voto. Non hanno tutti i torti, in effetti potevano votare solo il 2% degli abitanti del neonato stato. La critica però commette due macroscopici errori storici. Prima di iniziare a spiegarli, va comunque detto che una riforma elettorale e anche una riforma del sistema scolastico vennero fatte colpevolmente tardi dei primi governanti del regno unitario.
Innanzi tutto, il primo errore è che si vuole guardare il passato con gli occhiali del presente e ciò è sbagliato; in tal modo, infatti, si vedrà sempre il periodo già trascorso come un regresso rispetto a quello attuale, invece il passato va sempre considerato in relazione al suo periodo antecedente: solo in questo modo si possono cogliere i progressi o i regressi dell’epoca studiata.
Il secondo errore, che è anche il più grave, è isolare il contesto italiano da quello mondiale. Va bene che nel 1861 (e fino al 1882 ) votavano in Italia solo il 2% dei cittadini, ma nel resto del mondo, erano già democrazie pienamente sviluppate? No, affatto.
In Francia, c’era l’impero, con Napoleone III unico governatore, senza ministri (ergo, senza elezioni); nei possedimenti asburgici l’impero di Francesco Giuseppe era ancora assoluto e non c’era una costituzione; nella Russia gli Zar si consideravano ancora regnanti per volere divino (e si considereranno tali fino al 1917); la Germania rimase un guazzabuglio di stati e principati fino al 1871 e anche oltre (una struttura statuale più omogenea si ebbe solo con la fine della prima guerra mondiale).
Gli unici due stati più progrediti in senso democratico erano gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna, ma negli Stati Uniti esisteva ancora la schiavitù (anzi si erano pure scissi in due pur di difenderla) e il voto dei neri all’inizio valeva solo 3/5 di un voto bianco e, comunque, il problema della discriminazione razziale continuò fino agli anni ’60 del XX secolo. In Gran Bretagna c’era stata una riforma elettorale nel 1832 che ampliava la percentuale dei votanti, ma questa legge andava a modificare una situazione vecchia di almeno tre secoli (paradossalmente furono più veloci gli italiani con una riforma fatta nel giro di una ventina d’anni). Oltretutto il sistema inglese ha dimostrato tutti i suoi enormi problemi durante il periodo della Thatcher, per cui in tempi non sospetti.

Oltretutto nell’Ottocento, c’era una visione del voto in senso, potremmo dire, aristocratico, solo chi aveva un minimo di censo (e quindi cultura) poteva votare e quindi partecipare attivamente al governo del paese. In Stati con livelli d’ignoranza enormi, come si poteva pensare di affidare le scelte di governo, scelte politiche, intellettualmente elevate, a masse intere di gente che sapeva a mala pena leggere e scrivere?

Sulle violenze dei "piemontesi" sui "briganti"

Tutti gli intellettual-storici che nell’ultimo anno si son divertiti a dipingere come sterminio o massacro ( arrivando a vederne tinte etniche) l’operazione dei “piemontesi” contro i “briganti” subito dopo l’Unità d’Italia, esprimono una totale ignoranza della storia e della società. Ma la cosa più negativa di questa loro panphletistica è il tentare di togliere valore all’Unità (intesa come processo risorgimentale) e crepare l’unità dello Stato. Vanno per questo combattuti con tutti i mezzi che la cultura ci propone, ovvero scritti, pubblicazioni di fonti, articoli, conferenze. Opere talli di falsificazione della storia per palesi (e incomprensibili) scopi devono mantenere in allarme l’intera comunità nazionale.
Oltretutto questi finti intellettuali paiono miopi e ciechi nel vedere lo svolgersi della storia nei secoli; infatti qualunque processo di Unità nazionale ha avuto gravi atti di violenze civili, con sanguinosi eventi. Ovvio, quindi, che pure la nostra Unità non né poteva essere esente. Ma questi atti, seppure sanguinosi, hanno avuto l’onore di portare allo sviluppo dei diritti civili e al progresso sociale dello stato dove sono accaduti.
Gli esempi nella storia sono molti: la Guerra di Secessione americana; le due rivoluzioni inglesi; la Rivoluzione francese; l’intero processo unitario tedesco passato attraverso numerose guerre (tra cui le due Mondiali) e una terribile dittatura; in Russia, dove il processo di nascita dello stato parte addirittura da Pietro il Grande e termina con la morte di Stalin e, poi, con la fine dell’Urss, attraversando secoli zeppi di rivolte, guerre, carneficine, stragi, carestie; la guerra civile in Cina e le rivolte alla fine del Celeste Impero; il processo di modernizzazione giapponese e le due grandi rivolte conseguenti (ne è un esempio il film “L’ultimo samurai”); la recentissima guerra nei Balcani, che tutt’ora ha degli strascichi pesanti; Israele e la Palestina in guerra aperta da sessant’anni; l’India; il Pakistan; le recenti violenze in Tunisia, in Egitto, in Iran.
La “grande guerra civile” evocata per indicare l’opera di repressione di movimenti brigantisti nel Meridione, va quindi vista in quest’ottica appena descritta e, oltretutto, va limitata nel tempo, nello spazio e nel numero dei morti. Non è qualcosa di gigante come certa pamphletistica da strapazzo vorrebbe fra credere. Altrimenti, seguendo la linea di ragionamento che essa vuol sottintendere tutti gli Stati che ho citato nella lista sopra dovrebbero autoannullarsi e tornare quell’arlecchinesco mondo di una miriade di stati, staterelli, entità più o meno forti, più o meno grandi, dove gli abitanti non son più cittadini con diritti e doveri, tutelati dalla legge, in grado di garantirsi sempre maggiori opportunità, prospettive in ogni campo, ma miseri sudditi, boccheggianti, senza via d’uscita da un tunnel di ignoranza, prevaricazioni e obblighi, “vasi di terracotta costretti a viaggiar con molti vasi di ferro”.

Pensieri sparsi – La Storia prima di tutto

Alle volte penso che sarebbe necessario cancellare la Storia, “distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie” come provocatoriamente urlava Marinetti nel suo Manifesto parigino del febbraio 1909. Affermo questo a cuor pesante, con riflessione. Non è una frase gettata li su due piedi, tanto per…

Ogni giorno assisto su giornali, platee pubbliche, comizi ad una continua falsificazione, leggendarizzazione o mistificazione dei fatti storici ad uso e consumo politico. Studio storia, non per diletto, ma per passione profonda e scopo futuro, ma non mi è mai sembrato, di aver visto nel passato, una tale frequenza in comportamenti simili. Erano più manipolazioni involontarie, frutto di una scarsa conoscenza dell’argomento e di una più totale mancanza di fonti e di critica storica. Certo, c’erano le falsificazioni volontarie, ma credo che erano minori. Ora, dallo scorso secolo, la politica, certa cultura è falsare il passato. Con atti incredibilmente sconcertati. Cito come esempi la leggenda padana attorno ad Alberto da Giussano, la comica vicenda sull’Inno al Trentino, il revisionismo storico (quello nazi-fascista, quello comunista, quello cattolico e quello ateo, ecc ecc), ma la lista potrebbe continuare per righe e righe in questo testo.
Basta scrivere teorie strampalate, mettere qua e là citazioni colte (modificate ad hoc), inserire pezzi di finti, o comunque della stessa risma, libri, evocare l’immaginario di cancellazioni politiche del passato, cacciar li la frase “i poteri occulti”, con il popolo abbocca.
Ma scusate, voi che credete a queste cose, come fate a credere che metà dei Comuni e Signori lombardi e veneti ( e, scoperto poco giorni fa, anche i signori della bassa Vallagarina – da Besenello in giù-) si erano ribellati per motivazioni nazional-padane, quando un giorno si e uno anche si scannavano fra loro, l’altra metà dei Comuni e Signori rimaneva con l’Imperatore, e il motivo principe dell’insurrezione era il diritto di battere moneta, che da che mondo e mondo appartiene al detentore di potere (non è forse reato in Italia battere moneta? Non la può emettere solo la Zecca?).
Oppure, la tanto decantata libertà trentina sotto l’Austria. Altra vaccata colossale. A parte che, già il termine “welsch” dovrebbe far rizzare le orecchie a tutti noi, visto che etimologicamente sta per “straniero”, “diverso” (ma in senso dispregiativo, un po’ il nostro “terrone“). Ma basta leggersi un libro di storia regionale (serio) per leggere di giornali italiani chiusi, associazioni italiane chiuse (la Sat per esempio, oppure le associazioni di ginnastica – quelle italiane ovviamente, quelle tedesche che esaltavano il mito tedesco [in uno stato multietnico, precisiamo] rimanevano tranquillamente aperte), per sapere che il Trentino, religiosamente parlando (visto che era molto importante visto la presenza di un Principe-vescovo) sottostava ad Aquileia; e potrei continuare ancora di esempi regionali. Non mi fermo sui revisionisti perché affermare che ad Auschwitz gli ebrei stavano bene, come in villeggiatura, al massimo morivano di tifo, oppure affermare che il culto della personalità di Stalin è un’invenzione trockzista/capitalista. Per non parlare di chi nega le colpe dell’Inquisizione o chi accolla alla Chiesa tutti i mali del mondo. Robe assurde, stupide, illogiche.

Forse è per questo che ho detto “cancelliamo la Storia”. Si eviterebbero tutti queste falsificazioni che portano ad odii, violenze, guerre. Ma forse, è proprio questo quello che dovrebbe darci la spinta alla ricerca della verità: una verità non assoluta, ma in mutamento, perché in mutamento è la ricerca storica. Nuove fonti ogni giorno vengono alla luce e sempre più vicini al passato si può tentare di arrivare; ma dove non si può arrivare lasciamo che siano gli specialisti a dire, non quattro amanti delle osterie.

Cenni di storia

Navigando per Facebook mi capita sempre più di incontrare messaggi inneggianti al Tirolo Storico o al famigerato Welschtirol: sinceramente mi son stufato di questa estenuante e martellante campagna priva di ogni fondamento storico che insulta e vilipende la mia regione.
 
Ma iniziamo con calma.
 
Il Welschtirol sarebbe la terza componente di quello che viene definito Tirolo Storico: Nordtirol, Osttirol, Südtirol e Welschtirol. Ma, se traduciamo i nomi tedeschi subito risalta la connotazione razzista del termine usato per la parte italiana. Infatti mentre “Nord”, “Ost” e “Süd”, stanno appunto per “settentrionale”, “orientale” e “meridionale”, welsch” non significa altro che “straniero”, ma con una forte connotazione negativa.1 È un termine di origini arcaiche, che risale ai popoli germanici delle famose invasioni barbariche (ne è un esempio il Galles – Wales, così chiamato dai primi invasori angli e sassoni), e trasponendolo ai nostri giorni ha lo stesso valore del nostro “extracomunitario”. Tirando le somme di questa breve introduzione, i nostri volenterosi difensori delle tradizioni usando la definizione “Welschtirol”, assomigliano un po’ ad un napoletano che si da del “terrone”. Per usare un detto popolare, è sostanzialmente darsi la zappa sui piedi.
 
L’altra “tradizione” da difendere per questi fantomatici neoaustriaci è una storica unione al Tirolo. Bene, aprendo un qualunque manuale di storia si può tranquillamente notare che a Trento e d’intorni (in sostanza l’odierna provincia di Trento e più la zona che circonda Bolzano – e in origine molti altri territori) nel 1027 diviene un principato vescovile attraverso un diploma dell’imperatore Corrado II il Salico. Il principato ecclesiastico si trattava di “una signoria territoriale sovraregionale diretta da un vescovo, arcivescovo o da un patriarca.”2 Famoso in Italia era quella di Aquileia, ma era una forma di governo molto diffusa in Germania (e che esploderà in tutte le sue contraddizioni durante la Rivoluzione luterana), ma applicata anche sulle Alpi per la loro estrema importanza come punto di comunicazione con l’Italia e la Città Eterna. Per un Imperatore tedesco avere le strade alpine in mano a forze sicure e amiche era fondamentale per poter scendere a Roma a farsi incoronare e per far sentire costantemente la propria presenza ai feudatari e alle città italiche. È in questo contesto che si svolse la famosa lotta per le investiture che vide contrapposti gli imperatori e i papi tra l’XI e il XII secolo e che si concluse col Concordato di Worms del 1122 fra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II.
 
Non mi voglio qui dilungare oltre sulla lunga e complessa storia del principato vescovile tridentino dalla fondazione fino al ‘800, attraversando l‘invasione tirolese ( esatto, invasione), le rivolte contadine, il concilio.3
 
Riprendo la narrazione storica, o almeno il mio tentativo, dalla fine del ‘700 – inizi ‘800, con la fine del Principato-vescovile.
 
Voglio ricordare inoltre che per tutto questo periodo il vescovo di Trento oltre ad avere un potere temporale aveva, per l’appunto, anche un potere spirituale su, in sostanza, la stessa porzione di territorio corrispondente al Principato; mentre come Principe sottostava al Sacro Romano Imperatore, in soldoni un Asburgo, come vescovo aveva come superiore il Metropolita di Aquileia, un italico quindi.
 
Il Principato Tridentino, ormai di territorio molto ridotto rispetto alle origini, cessa definitamente di esistere nel 1806. Dopo la sconfitta ad Austerlitz Francesco II è costretto a porre fine al Sacro Romano Impero, dopo che già nel 1804, per rispondere all’autoincoronazione di Napoleone, aveva creato l’Impero d’Austria (al quale il sovrano asburgico assommava tutta una serie di domini personali che andavano poi a formare i Domini Asburgici, entità territoriale complessa che cessò di esistere nel 1918). Il principato vescovile così spariva per lasciare spazio a tutta una serie di circoli e distretti amministrativi; Il vescovo esiste ancora ma il suo potere è ora solo spirituale.
 
Siamo durante le guerre napoleoniche. In Trentino si succedono la dominazione austriaca, bavarese ( e la rivolta hoferiana), italica in pochi anni. Finisce tutto nel 1815 con il Congresso di Vienna e il tentativo di Metternich di creare le condizioni di uno status quo garante della pace continentale.
 
Ed è ora, per la prima volta, che il Trentino (tranne alcune zone, tra cui Rovereto e Riva) si ritrova sotto il dominio asburgico diretto. I Domini asburgici essendo estremamente multietnici basavano la loro unità sulla sola fedeltà all’imperatore, imperatore per elezione divina. Difatti la Chiesa sarà una grandissima sostenitrice del regime di Vienna in tutto l’Impero.
 
A differenza del resto dei Domini Asburgici, estremamente eterogenei, il Tirolo presentava una netta separazione tra le due etnie italiana e tedesca. Questa, frutto del secolare principato, diede forza alle richieste autonomiste dei trentini.
 
Già nel 1848 quindi, durante la primavera dei popoli, l’abate Giovanni a Prato chiese la separazione del Trentino dal Tirolo tedesco, seguito pochi mesi dopo da una petizione popolare che chiedeva la stessa cosa. Ma le richieste autonomistiche nascevano già con la stessa soppressione del principato vescovile e la paura di veder andare a Innsbruck tutti gli uffici amministrativi. Ed è queste prime richieste che si aggancia l’a Prato, provando poi a dare un fondamento storico alle sue motivazioni.4
 
Ma già negli anni precedenti, non potendo dibattere in sedi parlamentari, le voci trentine si fecero sentire attraverso scritti, saggi e testate giornalistiche, spesso non ben viste dall’autorità centrale.5
 
Il ’48 portò con se una prima costituzione per lo stato austriaco e la conseguente creazione di una Dieta nella capoluogo tirolese, oltre che nella capitale. I trentini furono subito in netta minoranza nell’assemblea tirolese, 20 contro 52.
 
Le opere parlamentari, durarono che pochi anni; con la svolta assolutistica del 1851, la costituzione fu abrogata e momentaneamente il problema dell’autonomia trentina fu drasticamente accantonato. Per lo meno a Vienna. I trentini non mancarono di far sentire la loro voce all’assemblea della Confederazione germanica a Francoforte, ma ebbero sempre sfortuna.
 
Ma con la riapertura della sede dietale nel 1860 (a seguito dei disastri durante la Seconda guerra d’indipendenza italiana) i deputati trentini fecero subito sentire la propria voce, chiedendo l’autonomia. Venne sempre negata sia a Innsbruck che a Vienna. La paura che i trentini, rivendicando l’autonomia per la propria italianità, una volta ottenutala, optassero per la secessione e l’unione all’Italia era una paura costante nelle mente dei politici viennesi, non però in quelli tirolesi, che non consideravano neanche gli italiani, ritenendo assurdo pensare ad una divisione del Tirolo, composto, a loro avviso, solo da tedeschi.
 
Ad Innsbruck, lo scontro sempre più forte fra le due etnie, portò la componente italiana a boicottare in maniera quasi permanente la Dieta e ad a rivolgersi sempre e solo a quella viennese, bloccando di fatto i lavori parlamentari in Tirolo.
 
 
Per tutta la seconda metà dell’Ottocento a Vienna, i deputati trentini cercano di far approvare un’autonomia per la propria provincia alla Dieta, ma non ce la fecero complice un’infelice congiuntura politica. Col passare degli anni, il pericolo italico si faceva sempre più forte e le altrettanto forti spinte nazionalistiche ai confini dell’impero sconsigliavano di concedere l’autonomia ad una singola provincia: si rischiava di innescare un effetto domino che avrebbe distrutto l’intero impero.
 
In provincia lo scontro proseguiva, in tutti i modi possibili, sopratutto sulla carta stampata, ma non solo; esempio classico di questa lotta è la statua di Dante Alighieri a Trento di fronte alla stazione dei treni, eretta nel 1896, che ha il braccio alzato verso Nord, atto a fermare l’avanzata tedesca.
 
Altro braccio di ferro fra le due componenti fu anche la creazione di un’università in lingua italiana o perlomeno l’apertura di corsi in lingua italiana, venuti meno con la perdita dell’università di Padova nel 1866 a seguito della Terza guerra d’indipendenza. Ma l’apertura sperimentale nel 1904 nei sobborghi di Innsbruck di alcuni corsi in lingua italiana, finì con un violento scontro tra tedeschi e italiani, e con ben 138 studenti trentini arrestati (fra i quali Cesare Battisti e Alcide De Gasperi). La questione dell’università si risolse con l’apertura di corsi in lingua italiana a Vienna nel 1909.6
 
Le lotte per un’università nella propria lingua, fanno ben capire il clima nel territorio, con da una parte degli italiani sempre più stizziti per l’assoluta indifferenza dei tirolesi, sempre più arroccati sulle loro posizioni estremamente conservatrici e “negazioniste” (nel 1908 Wilhelm Rohmeder in uno scritto negava addirittura l’esistenza di italiani nel Tirolo meridionale7).
 
Queste lotte continue finirono provvisoriamente con lo scoppio della prima guerra mondiale, ma con la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe e quindi la scomparsa del decennale collante dell’Impero, unico imperatore dal 1848, lo Stato iniziò lo lento sfaldarsi, che ne decretò la fine, corroso dai nazionalismi che da sempre aveva cercato di evitare, “l’impero asburgico poteva sopravvivere solo dando corpo politico e culturale (cioè religioso) all’intera Europa come entità superiore capace di inglobare e di far convivere pacificamente le diverse realtà politiche e culturali del continente”8. Le forze nazionali son state più forti di ogni tentativo di omogeneizzare il popolo con la religione e ne hanno decretato la fine.
 
Il Trentino venne assegnato finalmente all’Italia il 10 settembre 1919 attraverso il Trattato di Saint Germaine; quello che successe dopo è storia nota.
 
 
Spero di essere riuscito a scrivere in modo chiaro e conciso, ed a far capire che il Trentino con tutte queste rivendicazioni pseudostoriche non c’entra assolutamente nulla. Purtroppo son dovuto essere molto sintetico, proprio su argomenti che non lo permettono, rimando comunque alla bibliografia per ulteriori chiarimenti e approfondimenti.
  1. http://dizionari.corriere.it/dizionario_tedesco/Tedesco/W/welsch.shtml 
  2. Dizionario di storia, Bruno Mondadori, 1995, pp. 1023
  3. Per interessi personali, curiosità, aggiornamenti, rimando all’esauriente opera collettanea curata dall’Istituto Trentino di Cultura, intitolata “Storia del Trentino” edita dal Mulino
  4. Mauro Nequirito, La questione dell’autonomia trentina entro la Monarchia asburgica: aspirazioni inattuabili e occasioni mancate, in Maria Garbari, Andrea Leonardi (a cura di), Storia del Trentino, vol. V L’età contemporanea 1803 – 1918 Bologna, il Mulino, 2003, pp. 167 – 169 
  5. Mario Allegri, La produzione letteraria in un territorio di confine, cit., pp. 335 – 366 
  6. Maria Garbari, Aspetti politico istituzionali di una regione di frontiera, cit., pp. 122-124 
  7. ivi, p. 131. 
  8. Adriano Prosperi, Il Concilio di Trento e la controriforma, Trento, Edizioni UTC, 1999, p. 17