Totalitarismo: alcune definizioni

  • Esiste un primo significato di totalitarismo sul quale, a grandi linee, le scienze sociali e le scienze politiche oggi hanno trovato un accordo. Riferito soltanto ai regimi del Novecento, esso designa un universo politico in cui un unico partito ha conquistato il monopolio del potere statale, ha assoggettato l’intera società, ricorrendo a un uso capillare e terroristico della violenza e conferendo un ruolo centrale all’ideologia. […] Più problematico è semmai trovare un accordo su quali tra queste esperienze possano essere definite totalitarie.
    (S. Forti, Il totalitarismo, Laterza, Bari, 2001, pp. V-VI)
  • Quello che noi chiamiamo stile fascista fu solo il momento culminante di una «nuova politica» fondata sull’idea di sovranità popolare nata nel secolo XVIII. […] Questo vago concetto di sovranità popolate trovò una definizione più precisa in quello che Rousseau chiamò la «volontà generale», che si realizza solo quando tutto il popolo agisce come se fosse riunito in assemblea e quando si manifesta perciò attivamente il carattere dell’uomo in quanto cittadino. La volontà generale divenne una religione laica, il culto del popolo per se stesso, e la nuova politica si prefisse il compito di regolare e di dare forma a questo culto. […] Il culto del popolo divenne così il culto della nazione e la nuova politica cercò di esprimere questa unità con la creazione di, uno stile politico che divenne, in pratica, una religione laica.
    Come si giunse a ciò? Facendo ricorso, all’affacciarsi del secolo XIX, a miti e a simboli, ed elaborando una liturgia che avrebbe permesso al popolo di partecipare al culto. Fu il concetto stesso di volontà generale che portò alla creazione dei miti e dei loro simboli e la nuova-politica cercò di spingere il popolo a partecipare attivamente alla mistica nazionale attraverso riti e cerimonie, miti e simboli, che davano un’espressione concreta al concetto di volontà generale.
    (G. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815 – 1933), il Mulino, Bologna, 1984, pp. 25-26) Continua a leggere
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Provvedimenti per la difesa dello Stato

Legge n. 2008 del 25 novembre 1925,  Provvedimendi per la difesa dello Stato

Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 1926, n.281
Vittorio Emanuele III
Per Grazia di Dio e volontà della Nazione
Re d’Italia.
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolo 1
Chiunque commette un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del Re o del Reggente è punito con la morte.
La stessa pena si applica, se il fatto sia diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale della Regina, del Principe ereditario o del Capo del Governo.

Articolo 2
Sono egualmente puniti con la morte i delitti preveduti dagli articoli 104, 107, 108, 120 e 252 del Codice penale.

Articolo 3
Quando due o piú persone concertano di commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli, sono punite, pel solo fatto del concerto, con la reclusione da cinque a quindici anni. I capi, promotori ed organizzatori sono puniti con la reclusione da quindici a trenta anni.
Chiunque, pubblicamente o a mezzo della stampa, istiga a commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli o ne fa l’apologia, è punito pel solo fatto della istigazione o della apologia, con la reclusione da cinque a quindici anni.

Articolo 4.
Chiunque ricostituisce, anche sotto forma o nome diverso associazioni, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, è punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre l’interdizione perpetua dai pubbliciuffici.
Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni o partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Alla stessa pena soggiace chi fa, in qualsiasi modo, propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d’azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti.

Art. 5
Il cittadino che, fuori del territorio dello Stato, diffonde o comunica, sotto qualsiasi forma, voci o notizie false, esagerate o tendenziose sulle condizioni interne dello Stato, per modo da menomare il credito o il prestigio dello Stato all’estero o svolge comunque una attività tale da recar nocumento agli interessi nazionali, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Nella ipotesi preveduta dal presente articolo, la condanna pronunciata in contumacia importa, di diritto, la perdita della cittadinanza e la confisca dei beni. Il giudice può sostituire alla confisca il sequestro; in tal caso esso ne determina la durata e stabilisce la destinazione delle rendite dei beni.
La perdita della cittadinanza non influisce sullo stato di cittadinanza del coniuge e dei figlio del condannato. Tutte le alienazione dei beni fatte dal condannato dopo commesso il reato e nell’anno antecedente a questo si presumono fatte in frode dello Stato, ei beni medesimi sono compresi nella confisca o nel sequestro.
Gli effetti della condanna in contumacia, di cui ai precedenti capoversi, cessano con la costituzione o con l’arresto del condannato; in tal caso i beni gli sono restituiti nello stato in cui si trovano, salvi i diritti legittimamente acquisiti dai terzi.

Articolo 6
Per i delitti preveduti nella presente legge, quando il fatto sia di lieve entità, ovvero concorrano circostanze che, ai termini del codice penale, importino una diminuzione di pena. Il giudice ha facoltà di sostituire alla pena di morte la reclusione da quindici a trent’anni all’interdizione perpetua dai pubblici uffici la interdizione temporanea, e di diminuire le altre pene fino alla metà.
Per gli stessi delitti, tutti coloro che, in qualsiasi modo, siano concorsi a commetterli, sono puniti con le pene stabilite dalla presente legge.

Articolo 7
La competenza per i delitti preveduti dalla presente legge è devoluta a un tribunale speciale costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali del Regio esercito, della Regia marina, della Regia aeronautica e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, di cinque giudici scelti tra gli ufficiali della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, aventi grado di console, l’uno e gli altri, tanto in servizio attivo permanente, che in congedo o fuori quadro, e di un relatore senza voto scelto tra il personale della giustizia militare. Il Tribunale può funzionare, quando il bisogno lo richieda, con piú sezioni, e i dibattimenti possono celebrarsi, tanto nel luogo ove ha sede il Tribunale quanto in qualunque altro comune del Regno.
La costituzione di tale Tribunale è ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determina la composizione, la sede e il comando presso cui é stabilito.
Quando concorrano le condizioni previste dall’art. 559 del Codice penale per l’esercito, possono altresí costituirsi tribunali straordinari.
Nei procedimenti pei delitti preveduti dalla presente legge si applicano le norme del Codice penale per l’esercito sulle procedura penale in tempo di guerra. Tutte le facoltà spettanti, ai termini del detto Codice, al comandante in capo, sono conferite al Ministro per la guerra.
Le sentenze del Tribunale speciale non sono suscettibili di ricorso né di alcun mezzo di impugnativa, salva la revisione.
I procedimenti per i delitti preveduti dalal presente legge, in corso al giorno della sua attuazione, sono devoluti, nello stato in cui si trovano, alla cognizione del Tribunale speciale, di cui alla prima parte del presente articolo.

Articolo 8
Nulla è innovato circa le facoltà conferite al Governo con la legge 21.12.1925 n.2260.
La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del regno, e cessa di aver vigore dopo cinque anni da tale data, salva l’esecuzione di condanne già pronunciate.
Entro lo stesso periodo di tempo, il Governo del Re ha facoltà di emanare le norme per l’attuazione della presente legge, e per il suo coordinamento col Codice Penale, col Codice di Procedura Penale, col Codice Penale per l’Esercito e con le altre leggi.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.