#RECENSIONE // Canfora – “È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!)

 LUCIANO CANFORA
“È L’EUROPA CHE CE LO CHIEDE!” (FALSO!)è l'europa che ce lo chiede

“È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!) si presenta come un veloce – appena 78 le pagine – e interessante dipinto alla Pollock della società e della politica – intesa come classe – ai tempi della crisi economica in Europa.

L’autore, il filologo e storico Luciano Canfora, punta l’attenzione sullo smantellamento dei diritti dei cittadini e, sopratutto, dei lavoratori (per l’autore, essere lavoratori qualifica in positivo i cittadini) in nome di un qualcosa che non si capisce bene cosa sia ma che riduce in maniera pregnante con profitto.

Certo, leggere uno storico che si occupa, in modo breve, di tutt’altro che la storia come possono essere l’economia o la politica, può disorientare ma in realtà l’esperienza di storico e di filologo di Canfora risalta e torna utile nel vedere e nel descrivere con altri occhi alcune delle situazioni createsi negli ultimi mesi in Europa. Canfora non è poi nuovo alla pubblicazione di testi con una valenza civica.

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L’appello dei premi Nobel contro il pareggio di bilancio

 da keynesblog.com

“Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,
noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.
1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.
2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.
3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall’interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.
4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.
5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita’ del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia’ previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche’ gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita’, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.
6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l’approvazione da parte del Congresso negli anni ’90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l’attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c’è alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.
7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.”

Firmato:

KENNETH ARROWpremio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND,  premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPEpremio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZEconsigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda 
ALAN BLINDERdirettore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKINpremio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOWpremio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSONex direttrice del National Economic Council

#RECENSIONE // Caldwell – La via del tabacco

Erskine P. Caldwell
La via del tabacco
La via del tabacco fa parte di quel ciclo dei “vinti” incentrato sui contadini degli stati del Sud degli USA (la storia è ambientata in Georgia), contadini distrutti dalla crisi economica del 1929. 
Non c’è speranza per loro e per il loro mondo, l’alternativa è la fuga; a chi rimane spetta una vita di stenti e di miseria. E la famiglia protagonista è una di quelle famiglie che ha deciso di rimanere, una famiglia immersa nella miseria.Il concetto però di “famiglia” pare quasi eccessivo per questa qua. Il capofamiglia vede fuggire verso la sicurezza di un salario in fabbrica tutti i propri figli (tranne due, uno troppo giovane e stupido, e una troppo brutta), che decidono di troncare definitivamente i rapporti con i genitori e il resto della famiglia. Quasi una metafora del mondo nuovo che deve staccarsi dal passato e dalla tradizione famigliare.In effetti, in Tobacco Road si può leggere lo scontro tra il tradizionalismo contadino e il progresso. Il primo, con i suoi lenti ritmi legati alla natura, un tradizionalismo anche razzista (un razzismo non scientifico, ma buontempone dove sono quasi i “negri” ad averla vinta); il secondo, il progresso, è incarnato dai figli fuggiti, che han voltato le spalle ad un passato che si raffigura nell’immagine del padre, figli che scappano via come se questo fosse un appestato. 
Qui sta anche la cruda tristezza del racconto: le tradizioni vecchie di generazioni diventano fumo davanti al progressivo divampare delle fiamme della tecnologia e del progresso. Anche il mondo contadino dovrà aggiornarsi o perirà bruciando dalle sue stesse fiamme d’ardore verso i bei tempi andati.

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Erskine Preston Caldwell
TITOLO:  La via del tabacco
CASA EDITRICE: deAgostini
N° PAGINE: 215
ANNO DI EDIZIONE: 1985 (ed. or. 1932)