“Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l’alba che portà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pesanto: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato della storia.

Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tute le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno, Einaudi, pag. 151

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Il "centrosinistra autonomista": una riflessione

Il concetto di “centrosinistra-autonomista” tanto sbandierato qui in Trentino e carissimo all’attuale maggioranza provinciale è errato e fallace.

Sia a livello provinciale che a livello comunale sono PD, UPT e PATT a dividersi di volta in volta le diverse poltrone, con un attento gioco di incastri e di alleanze partitiche da far accapponare la pelle: questi stessi partiti che governano uniti in un comune si accoltellano in modo fratricida per il potere nell’amministrazione confinante. È un morboso attaccamento alla poltrona e al potere che unisce indissolubilmente la politica italica a quella trentina, nonostante quest’ultima si dichiari diversa, più “alta”.
Ma guardando a quell’alleanza (Pd, Upt, Patt) una domanda mi sovviene prepotente: come può una forza politica che si dichiara riformista e progressista, il Pd, la “sinistra”, seppur temperata dalla componente moderata dell’Upt, il “centro”, allearsi con un partito come il Patt prettamente conservatore, quantomeno reazionario a giudicare dalle “sparate” di alcuni suoi membri?

Solo poco tempo fa (primi di settembre) un esponente di spicco del Patt chiedeva su Facebook chi volesse tornare con l’Austria (link)! Per non parlare dei continui richiami nostalgici al vecchio impero asburgico, visto quasi come l’età dell’oro trentina (soprattutto il periodo precedente al Congresso di Vienna): tornare indietro di più di cento anni (link)!

Applicando la situazione trentina all’Italia, è come se, per assurdo, alle prossime elezioni politiche si formasse una coalizione composta da Pd, Udc e Lega Nord.
Tale alleanza non sarebbe osteggiata dai tesserati  ed elettori dei tre partiti come schiaffo ai valori dei partiti stessi? Non sarebbe vista come uno schifoso gioco elettorale fatto solo per vincere e riempire più poltrone?? Eppure, qui in Trentino sembra che l’incongruenza politica di siffatti schieramenti non sia poi così evidente, anzi sembra tutto normale, tutto giusto e corretto. Le poche voci che si alzano a far notare questa incongruenza vengono additate in alcuni casi come “nazionalistiche” o “’taliane”, in altri semplicemente ignorate.

Ma i problemi di tale alleanza emergono, e non posso non pormi un altro interrogativo: come possono i politici Pd conuigare l’equità, i concetti di giustizia sociale, l’attenzione per i diversi, per gli stranieri con il concetto “prima i trentini” del Patt?
Per una volta le forze politiche non potrebbero guardare ai propri valori e non barattarli per qualche poltrona?

Riflessione sul Trentino e l’Autonomia

L’autonomia. In Trentino è un dogma, una verità di fede e come tale non ragionabile. E’ li, fissa, ferma, immobile, incarnata dal “retto e giusto” governo tridentino; quello che compie il governo, scelte, politiche sono per definizione giuste sia a priori sia a posteriori; chiunque dica “ma…” è un deviazionista. E’ un clima da anni ’20 sovietici, solo che mancano, per fortuna, i processi e le pene di morte non ci sono, ma ci sono i giudizi e i commenti sprezzanti.
Così, chiunque provi a parlare in termini critici o costruttivi dell’autonomia, provando visioni al passo con i tempi, oppure fare un’analisi dell’autonomia nel contesto nazionale o addirittura, prova a contrastare l’operato di Trento (del tipo: le Comunità di Valle sono inutili, hanno solo moltiplicato le poltrone, si potevano fare altre riforme) viene additato come nazionalista (o  fascista, se va male), italiano o “taliam” ( che in dialetto è un dispregiativo). Tutto questo perché i simpatici e allegri paesani, spalleggiati da un partito inutile, non vogliono perdere i propri privilegi (leggi soldi e poltrone), ma, anzi, vogliono solo aumentarli! Non facendo altro che quello che tanto contestano a Roma, ipocriti!

Insorgenze e Rivoluzione

“La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre. 
Le risposi che i Giacobini avevano ragione e che, 
Terrore o no la Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta”
 
Non mi è mai piaciuta, mai digerita. La Rivoluzione francese proprio no!
L’ho sempre schernita, ridotta nei suoi meriti, ampliato i suoi limiti: una repulsione a pelle. Poi col passare degli anni di studio, l’aumento dei libri letti e la sedimentazione delle informazioni in essi contenute, ho incominciato a rivedere questo mio non-rapporto con la Révolution.
 
Sia chiaro, non mi piace tutt’ora e credo che ci metterà anni a piacermi, se mai mi piacerà: d’altronde è francese e io ho un po’ di repulsione per le cose d’oltralpe ( patriottismo da stadio o da vallata – dove un lato è meglio dell’altro). L’ho però rivalutato e ripensata, abbandonando buona parte dei miei pregiudizi e riserve iniziali ( la conoscenza porta a questo, ad aprire la mente a nuove esperienze).
 
In questa mia operazione culturale interiore grande merito l’ha sicuramente la pubblicistica revisionista, in questo frangente quella insorgimentale ( cioè che tratta delle insorgenze, quel grazioso fenomeno reazionario che vide qua in Trentino Alto Adige in azione il celebre Andreas Hofer).
 
Riflettendo per conto mio e leggendo qua e la questa pubblicistica, ho notato che i principi cardine su cui si basa il nostro convivere attuale, i principi su cui si basano le nostre democrazie provengono da quel periodo li: sono le nostre radici.
Liberté, fraternité, égalité principi a volte astratti, ma fondamentali per il nostro vivere civile.
Questi furono il motto della Rivoluzione. Certo furono applicati male e parzialmente ( vedi il Terrore), ma almeno furono enunciati e messi a bandiera dell’uomo libero, che si fa da se; e come un benefico vento si diffusero in tutt’Europa grazie all’esperienza napoleonica.
 
Ora, tutta questa celebrazione dei fenomeni insorgimentali ( oltre ad Hofer, è famosissima la Vandea) non fa altro che esaltare il periodo pre-rivoluzionario ( l’ancient regime) negando il post-Rivoluzione con tutte le sue lente ma immense conquiste civili; glorificando e mitizzando un mondo castale, chiuso, con i pochi che dominano sui molti. Molti poi con la mente ottenebrata da un imperante religione che impediva all’individuo la propria autodeterminazione.
 
Questa è una spregevole operazione culturale verso la quale bisogna sempre essere guardinghi e combattere per salvaguardare il nostro mondo: non sarà perfetto, ma è molto meglio di quello in cui cercano di riportarci.

In quale periodo storico ti sarebbe piaciuto vivere?

In quale periodo storico ti sarebbe piaciuto vivere?” è una domanda che frulla nelle teste, nei blog, nei forum o nei discorsi di giovani studenti e più maturi adulti. Questo richiamo del passato ci passa per la mente spesso, senza quasi accorgercene. Soprattutto quando si ripetono quelle diaboliche espressioni quali “Ah, una volta…”, “Ai miei tempi…”, “Quando c’era Tizio…” o “Quando c’era Caio…”.

Sono pensieri affettuosi che fanno quasi tenerezza: l’Io che ci fa sognare una vita ideale, mitizzando un periodo storico, piegandolo ed appiattendolo al nostro desiderio.

Purtroppo, non si può desiderare di vivere in periodo storico che non sia il nostro; e la cosa è chiara e lampante. Non ha neanche di così tante parole di spiegazione.
I progressi della nostra società in tutti i campi fanno impallidire le società più antiche.
Ad esempio, ad una persona può piacere il Medioevo, con i suoi castelli, le leggende, i cavalieri, ma erano veramente pochi quelli che potevano ambire ad essere cavalieri e quindi potevano avere una vita migliore. Il resto della popolazione era composto nella sua stragrande maggioranza da poveri contadini ai limiti della schiavitù ( il servaggio non ci andava poi molto lontano). Per non parlare poi, dell’igiene, della difficoltà di procacciarsi cibo a sufficienza costantemente. Esempi così si potrebbero fare per tutti i periodi storici. Voglio quindi chiudere quest’articolo con una citazione da un libro di uno storico che parla di appunto di questo quesito:

“La gente spesso mi chiede, come specialista del campo, se mi sarebbe piaciuto vivere nel Settecento. Innanzitutto, rispondo, insisterei per nascere in una classe agiata. Secondo, niente mal di denti, prego. Leggendo migliaia di lettere di persone scritte in momenti diversi della vita di quel secolo, ho spesso incontrato il mal di denti. Il dolore si fa strada attraverso il linguaggio arcaico e l’autore di ciò che stai leggendo prende vita nella tua immaginazione in attesa che un cavadenti arriva in città e dopo una breve momento di tortura ponga fine a lunghe settimane di agonia”

(Robert Darnton, La dentiera di Washington: considerazioni critiche a proposito di Illuminismo e modernità, Donzelli, 1997, Roma, p. 37)

Appunto, per poter scegliere di vivere in dato momento del passato bisognerebbe mettere dei paletti, a che pro quindi? Modificare quel periodo per farlo sembrare come noi lo vogliamo, oppure poterci vivere nelle migliori condizioni ( sostanzialmente come giocare a Age of Empires ed usare i codici). Meglio vivere la propria vita adesso, in questo periodo, il migliore che ci sarebbe potuto capitare e cercare di raggiungere qui le migliori condizioni possibili.

Identità e l’oggi: pensieri sparsi

La psicologia sociale ci dice che un gruppo per identificarsi, oltre ad aver norme condivise, si contrappone ad un altro gruppo. Grazie alla cosiddetta teoria di campo di Kurt Lewin, possiamo trasporre questa breve definizione anche alle singole persone. Abbiamo così una persona che per definirsi, si confronta con le proprie idee (= norme condivise) ma anche con altre persone persone, siano esse singole, siano esse gruppi.

Ora, a parte calciopoli {“La sinistra ha messo le mani sul calcio” [Berlusconi]; “uso politico della giustizia sportiva contro Berlusconi” [Bertolini, FI]; “La nomina di Borrelli è un’operazione politica contro Berlusconi” [Rotondi]; “Se Borrelli farà del calcio italiano quello che ha fatto alla politica, sarà la fine del calcio italiano” [Pecorella, ps: Borrelli diresse il pool di Mani Pulite];  “Mandano la Juve in C per poter mandare il Milan in B” [Cicchitto] (Barbacetto, Gomez, Travaglio, Mani Sporche, pp 619-641)}, il calcio italiano era sempre stato salvato dai teoremi berlusconiani, era ed è solo stato usato in modo propagandistico per recuperare consenso (vedi Kakà nell’inverno 2008/09 o Ibrahimovic adesso). Ma domenica, dopo la partita persa dal Milan a Cesena contro la squadra di casa per 2 a 0, con due gol annullati a Pato (uno per fallo di mano, giusto, l’altro per un fuorigioco, dubbio) e un rigore sbagliato da Ibrahimovic, il presidente della squadra, nonché presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato che gli “arbitri erano di sinistra”, rievocando il mitico suo nemico che l’aiuta a ricordarsi chi è, ora che il nuovo nemico è Fini, che comunista proprio non è. Già, perchè, tornando alla definizione d’apertura, Berlsconi ha sempre più bisogno di ricordarsi chi è, distinguendosi da degli altri, definiti genericamente “comunisti” o “di/la sinistra”, entrambe razze in via d’estinzione in Italia; probabilmente ormai l’età (settantaquattro anni) inizia a farsi sentire. Anche perché queste due categorie non esistono per due semplici motivi, o sono state corrose dalla Prima repubblica oppure, quelli rimasti più “puri”, distrutti dall’89-91 e dalla fine di un sogno. Ci sono poi i D’Alema, classico esempio di comunista sovietico esportato all’estero: penso che il Massimo in Urss avrebbe potuto fare carriera, vista la sua sete di potere e la sua capacità di intrecciare complotti e trame, contro i propri alleati.

Tornando al punto che voglio cogliere, ho notato che è saltato il concetto di identià, sia a livello sociale che a livello politico, con il secondo che influenza molto più il primo di quanto possa accadere a sensi invertiti.
Il buon Silvio non è che il massimo esponente di questa crisi. Lui non ha, ne fa politica, ma vede solo nemici suoi e del suo gruppo (dei pari, citando ancora la psicologia sociale) e da questi nemici cerca di salvarsi, anzi cerca sopratutto di distinguersi nel modo più dirompente possibile: ecco dunque il Silvio donnaiolo contrapposto al Marrazzo che va a trans (sto aspettando ancora le frecciate verso Vendola, ma li ci pensano i suoi [vedi Pd] a linciarlo); ecco dunque il Silvio che ama solo le belle donne e insulta la Bindi in televisione (“più bella che intelligente”) ed ecco il Silvio Barzellettiere (cit. da Nonciclopedia) contro la sinistra intellettuale dei salotti e delle fondazioni.

E anche la società li va dietro, aumentando i contrasti sociali, dividendosi in gruppi sempre più piccoli e riottosi alla comunicazione con gli altri. Un esempio su tutti: la Lega Nord. Dal di fuori può sembrare uno dei tanti movimenti autonomisti-indipendentisti presenti in tutt’Italia (ne abbiamo a bizzeffe pure qua in Trentino – vedi Patt), ma al suo interno ha molte, troppe anime che, nell’ipotesi della realizzazione del loro progetto secessionista, scoppieranno. Già, perché è risaputo che Milano nel medioevo distruggeva i comuni-città  che le si opponevano (cioè stavano con l’Imperatore), è risaputo che Venezia dominava anche il Bresciano. Solo per citare due esempi. Questi appena ottenuta l’indipendenza ritireranno subito fuori i vecchi rancori o vecchie storie falsificando la storia o interpretandola volutamente di parte, ripristinando vecchi dissidi e contrasti, trasformando la Padania in un mosaico di enti autonomi che neanche l’Italia medievale conosceva.

Occorre quindi che la politica ritrovi idee chiare e certe, ritrovi la politica. Ho preso in esempio Berlusconi e la Lega perchè sono gli esempi più lampanti, ma lo stesso PD sta subendo la stessa cosa. Il crollo della Prima repubblica e del Muro ha prodotto un grandissimo spaesamento nel nostro paese, più che negli altri Stati occidentali, perchè noi vivevamo sul binomio Usa-Urss e ad un certo punto ci siam persi per strada. L’idea Unione Europea è difficile poi da accettare per noi, stato di campanilisti. Per cui, in periodi di crisi la nostra risposta è stato un ritorno alle tradizioni in senso vecchio e stantio, mitizzandole e usandole per autoidentificarsi e indicando tutti gli altri come nemici e diversi e non usando le antiche tradizioni come mezzo culturale per crescere e sviluppare un vivere comune migliore.
Ha questo deve operare la politica agli alti livelli, trovare idee nuove e rilanciarle nel paese facendo da motore d’avviamento, per ridare convinzioni e sicurezze a tutti gli italiani.

Comunità di Valle: spunti di una riflessione

Siamo ormai vicini alle elezioni per la Comunità di Valle, questo nuovo ente sovracomunale dai richiami tardo medievali-moderni, che andrà a sostituire e a potenziare i vecchi comprensori.

Due cose su tutte: i Comprensori sono 11, le Comunità di Valle saranno 15, un aumento collegato al potenziamento e alla definizione di competenze precise e quindi la necessità di una propria “comunità di valle” e non un comprensorio che riuniva zone differenti fra loro.

In linea di principio non è affatto un’idea malvagia, anzi. Togliere competenze a livello comunale  ad un organo più grande, con una visione d’insieme più profiqua.
Gestire la viabilità e i trasporti pubblici a livello di Valle permette piani e idee maggiori, che le singole visioni comunali integrate poi dall’azienda dei trasporti.

Però, a me l’idea di Comunità non piace. Non per una motivazioni storica, diciamo, per la secolare indipendenza/autonomia dei sinngoli comuni lagarini (più nella destra Adige però), ma perchè le vedo come un ente “mangiasoldi”, senza capo ne coda, fatto a metà.
In città come Rovereto, abbiamo così l’accavallarsi di ben cinque enti: circoscrizioni, comune, comunità, provincia, regione; tutto con un proprio bilancio e le proprie capacità decisionali.

Per qusto io sono contro all’introduzione di questo nuovo ente. Piuttosto sono propenso ad accettare un ente-comunità, più forte, che diventi esso stesso, per fare un paragone, comune mentre i comuni di oggi diventino circoscrizioni, con compiti consultatativi-consigliativi e attuativi delle disposizioni comunitarie e con alcuni uffici standard per i bisogni più urgenti dei cittadini (come ad esempio l’anagrafe).