#25aprile

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in
buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di
sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il
partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una
società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio
giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono.”

Italo Calvino

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“Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l’alba che portà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pesanto: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato della storia.

Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tute le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno, Einaudi, pag. 151

Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria parziale

 Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria parziale
Oggi, domenica 27 gennaio, come ogni anno, si ripeterà la ormai stucchevole e ipocrita sagra della memoria conformizzata. Infatti, a parte i soliti gruppetti idioti di revisionisti, neofascisti&simili, ci sarà il collettivo stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli per il genocidio degli ebrei.
Dove voglio andare a parare dicendo su a tutti? Cerco di riordinare le idee e i concetti e di spiegarmi.
Fumo dalla ciminiera dall’Ospedale di Hadamar

La Shoa è esistita, io non la nego, anzi. Il desiderio del regime nazista di creare una “razza umana perfetta” eliminando chi poteva “infettarla” e “sporcarla” fu ed è una delle più grandi blasfemie mai prodotte dal pensiero umano. L’uomo che si eleva a Dio (Genesi 1, 26, Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza) e prova a ricrearsi: un’aberrazione, è indicibile quello che realizzò il nazismo.

Eppure, qualcosa stona in questo giorno. Polemicamente, Norman Filkenstein pubblicò nel 2000 un pamphlet intitolato “L’industria dell’olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”, riassumendo brevemente vede nell’Olocausto oggi una sorta di complotto per occupare la memoria, con tutta una serie di conseguenze politico – economiche.
Per quanto attendibile o meno, polemico o no, questo concetto di “occupare la memoria” che trapela da quelle pagine mi ha colpito. Mi ha colpito ancor di più in questi tempi, da quando ho iniziato la mia esperienza di servizio civile a contatto con il mondo della disabilità.
Se ci si riflette un attimo, il 27 gennaio è monotematico. Si commemora la sterminio degli ebrei, stop. La Giornata della Memoria viene istituita tramite una legge dello Stato (la L211/00) per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”. Frase simile (eccetto il riferimento agli italiani) che si ritrova nella Risoluzione Onu A/RES/60/7 che istituisce questa giornata a livello internazionale. In entrambe solo gli ebrei vengono nominati.

#RECENSIONE // Falqui Massidda – Germania, perdono

 Guido Falqui Massidda 
GERMANIA, PERDONO
Brevissimo libricino, sole 53 pagine, ma intenso.
Ignorando volutamente le colpe tedesche perpetrate durante il regime nazista sia contro gli ebrei sia contro le popolazioni dei Paesi occupati, l’autore riflette su quello che i tedeschi hanno subito, sopratutto la popolazione civile, dall’inoltrato ’44 al primo triennio dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Violenze fisiche alle quali si somma la violenza sociale, psicologica di uno Stato diviso in due per quarant’anni.
Falqui Massidda chiede dunque perdono, un perdono per le donne stuprate, i bambini uccisi, gli uomini mutilati, violenze che dovettero essere ingoiate e dimenticate per realpolitik alla fine della guerra mondiale. Chiede così perdono, un perdono dai toni cristiani, quello del porgere l’altra guancia. Milioni di persone, civili inermi, hanno subito atroci violenze senza che mai queste venissero riconosciute pubblicamente o che ne iniziasse un dibattito pubblico. Tutto, come accennato prima, per motivi di politica: poteva forse la Germania dell’Est rinfacciare qualcosa all’alleato polacco o sovietico? Impossibile. Potevano forse i tedeschi dell’ovest chiedere giustizia per i bombardamenti a tappeto, per la distruzione di Dresda?
Anche la ricerca storica ha tardato ad affrontare questi temi, lasciati così in balia degli estremisti o dell’oblio del tempo, creando lacerazioni e divisioni latenti tra popolazioni e nelle stesse persone coinvolte. La ricerca storica però affronta il problema da un altro punto di vista rispetto al Massidda. Lo sguardo storico riconosce enormi patimenti alle popolazioni tedesche ma queste subirono solo ciò che provocarono: chi semina vento raccoglie tempesta, dice la Bibbia ( a tal proposito invito chi fosse interessato a guardare su youtube la lezione del prof. Corni sugli spostamenti forzati di popolazioni nel periodo affrontato dal Massidda sopratutto per la riflessione sul mondo tedesco, oppure la lettura del suo libro “Popoli in movimento” – da me qui recensito).
Falqui Massidda come accennavo all’inizio chiede un perdono cristiano, quello del porgere l’altra guancia, indifferente ai torti o alle offese subite. Una donna violentata è una donna violentata, così come un bambino ucciso è un bambino ucciso a prescindere dall’etnica, dalla nazionalità, dalle colpe dei padri o dei governanti.
 
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Guido Falqui Massidda
TITOLO:  Germania, perdono
CASA EDITRICE: Nicolodi
N° PAGINE: 53
ANNO DI EDIZIONE: 2007

#RECENSIONE // Corni – Popoli in movimento

Gustavo Corni

POPOLI IN MOVIMENTO


Questo interessante saggio ripercorre sinteticamente alcuni dei più drammatici e traumatici spostamenti e migrazioni forzate durante i martoriati, e maledetti, quarant’anni che vanno dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda (1914 – 1950 ca); il tutto però, senza dimenticarsi di dare un occhio alle migrazioni odierne, anche queste col loro carico enorme di sofferenze, anche loro col loro triste carico di violenze etnico-razziali ( come non ricordare i massacri fra Hutu e Tutsi in Ruanda nel 1994).
I primi capitoli sono dedicati alla situazione del Mediterraneo orientale, cioè ai rapporti tra l’Impero ottomano e le minoranze non turche al proprio interno e ai rapporti con la Grecia. Corni si sofferma su una delle prime pagine nere del Novecento, quello che parrebbe il genocidio del popolo armeno perpetrato dai Turchi ottomani all’indomani dell’entrata, a fianco degli Imperi centrali, nella Prima guerra mondiale. Con quelle che saranno poi le “solite scuse” i Turchi mettono in atto un vero e proprio programma di annientamento etnico contro una popolazione colpevole sostanzialmente di non essere turca e di aiutare il nemico esterno o chissà che altro. Subito dopo rimane sempre in quella zona geografica per guardare al conflitto greco-turco scoppiato immediatamente dopo la fine della Grande guerra: questo e tanti altri furono gli strascichi alla fine del primo conflitto globale.
La guerra greco – turca scoppiò per l’ardente desiderio greco di riunire in un unico stato tutti i territori abitati da una popolazione di lingua greca, per cui anche le antichissime città dell’Asia Minore dovevano, in quest’idea, unirsi alla madre patria. La guerra ebbe fasi alterne e terminò con la sconfitta greca. Si attuò così un enorme spostamento di popolazioni con i greci che abitavano in territori turchi che si trasferirono in Grecia e viceversa per i turchi che abitavano in territori greci. Persone che avevano abitato per secoli in quelle zone dovettero da un giorno all’altro spostarsi velocemente tra le violenze del gruppo etnico opposto e la più totale diffidenza di quello che doveva essere il gruppo etnico affine.
Una piccola riflessione viene poi svolta riguardo le politiche verso le minoranza in Unione sovietica attuate da Stalin. Egli mal vedeva le minoranze situate ai confini del grande impero sovietico e con la scusa della lotta di classe ( operai contro contadini) fiaccò le popolazioni prima ucraine poi cecene e tatare deportandole quasi interamente; solo decenni dopo, con la morte del feroce dittatore, queste poterono tornare nei loro luoghi d’origine ormai “occupati” da altri, creando così nuovi e tragici conflitti psicologici e fisici.
Sullo sfondo di questa prima parte Corni lascia comparire le parole sull’autodeterminazione dei popoli di Woodrow Wilson, il presidente statunitense idealista e pragmatico, espresse nei suoi famosi 14 punti all’alba dell’ingresso degli Stati Uniti nel primo conflitto, ma mai pienamente applicate. La pragmaticità ebbe la meglio sull’idealità e sulla giustizia: tanto per far due esempi italiani, per poter compensare l’affidamento dell’Istria e di Fiume al neonato Regno degli Slavi del Sud, si diede all’Italia l’Alto Adige-Sud Tirolo; così mentre popolazioni italiane finivano sotto gli slavi, persone tedescofone finivano sotto l’Italia. Cosa questo ha poi portato è bene noto, con la famosa propaganda legata alla vittoria mutilata, l’impresa fiumana di D’Annunzio e infine le politiche fasciste.
Ma è con la corposa seconda parte che Corni analizza a fondo il problema degli spostamenti forzati come metodo per realizzare il desiderio di creare una nazione omogenea dal punto di vista etnico. È appunto con l’avvento di Hitler che in Germania abbiamo un più lucido (anche se forse non così lucido, come poi avrà modo di spiegare Corni) e sistematico progetto di colonizzazione; l’idea dello “spazio vitale” del Lebensraum, la razza tedesca da ricercare nei territori limitrofi. Questa ricerca del sangue tedesco avrà alla fine quasi aspetti grotteschi con la creazione di classi di persone basate sulla percentuale di “arianità” nel sangue e su quanto hanno vissuto in ambienti “sporchi” a contatto con popolazioni viste come “inferiori”, quali polacchi e slavi dell’est.
Il libro è interessante perché analizza sistematicamente un aspetto relativamente nuovo della ricerca storica, poco letto e conosciuto dal pubblico dei fruitori della storia, ma anche dal grande pubblico. Non per nulla studi di questo genere per decenni, purtroppo, son rimasti in mano a estremisti, con il risultato di una memoria ricostruita parzialmente e male. E questo è un grave peccato, perché i tremendi traumi che hanno subito milioni di persone a causa di queste politiche deliranti hanno bisogno di essere ricordati e trasmessi ai posteri ma anche ai contemporanei, in modo da poter comprendere meglio quali traumi subiscono le migliaia di persone che quasi quotidianamente sbarcano sulle coste europee in cerca di speranza e un futuro migliore, ma anche per evitare di cadere in rovinose politiche nazionalistiche sul sangue degli altri e, finalmente, rendere una giusta opera di memoria a tutti quelli che hanno sofferto.
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Gustavo Corni
TITOLO:  Popoli in movimento
CASA EDITRICE: Sellerio
N° PAGINE: 196
ANNO DI EDIZIONE: 2009

I giorni del ricordo, alcune riflessioni

“La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Riflessioni attorno al Giorno della Memoria, del Ricordo e alla Festa della Liberazione
Il Giorno del Ricordo, istituito per legge al 10 febbraio (la L. 92/2004), viene a cadere pochi giorni dopo l’altra grande giornata dedicata al ricordo degli orrori figli della Seconda guerra mondiale, cioè il Giorno della Memoria (che si commemora il 27 gennaio)
Questa vicinanza delle commemorazioni (con anche una similitudine nei commemorati), non ha fatto che creare una certa confusione nel concetto di “ricordo”, che non viene inteso come atto inteso a far tornare alla mente un qualcosa, ma “ricordo” inteso come commemorazione dei morti, di determinati morti.
Da quel che vedo e sento sulla rete, sui giornali, nei discorsi pubblici, il 27 gennaio lentamente sta perdendo valore e significato; non che prima, nel momento della sua istituzionalizzazione ne avesse di più, si tratta di una commemorazione istituita da poco, ma erano i principi che ci stavano dietro ad avere forza: l’antifascismo, la libertà, l’uguaglianza.
Ma oggi, con gli anni che passano (la seconda guerra è finita quasi 70 anni fa), i sopravvissuti che sono ormai pochi, con i revisionisti che si fanno più audaci, e, proprio al riguardo della Shoa, con le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, il ricordo del grande sterminio perpetrato dai nazisti sembra rimanere in vita solo per la consuetudine di identificarlo con la più grande barbarie mai fatta dall’uomo. Consuetudine, non consapevolezza.
In parallelo, il 10 febbraio, essendo stato istituito da poco è entrato prepotentemente nel dibattito politico e culturale, anche per la storia stessa del fenomeno storico.
Il ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è stato lasciato per decenni in mano ai nostalgici e ai neofascisti vari, unici che accolsero la richiesta di una giusta memoria per quelle genti ignorate dalla politica ufficiale per motivi di real politik.
Sostanzialmente, ora che questa Giornata è stata istituita si vede lo stesso problema che attanaglia la Festa della Liberazione (il 25 aprile), una festa che dovrebbe essere di tutti, ma che alla fine è solo di una parte politica.
In questo modo, questi due grandi eventi (foibe e liberazione) da commemorare e ricordare si dividono tra “fascisti” e “comunisti”, in un continuo rincorrersi di insulti, tentativi di minimizzare, di ridicolizzare o rivedere gli eventi.
Proprio in relazione a questa ultima frase, penso che ormai, a più di sessant’anni da quei fatti, quando ormai anche gli ultimi testimoni viventi di quegli eventi stanno lasciando questo mondo (e con la loro la memoria legata all’esperienza), e che quindi non rimangono che ricordi sbiaditi e flebili, bisogna puntare su un altro significato per quelle date.
Ho letto poco tempo fa questo pensiero in un bellissimo libro, “quando entrano in gioco i monumenti ai caduti, le cerimonie e tutto il resto, commemorare è sempre sinonimo di dimenticare” (Gli studenti di storia di Alan Bennett). Ed è quello che sta accadendo a noi. Ormai ebrei, nazisti, fascisti, foibe, comunisti, Liberazione, son tutte parole che si appiccicano sul calendario in determinati giorni, parole usate nella vita quotidiana senza senso, solo per fare impressione o per dare un tono al discorso. Dopo più di sessant’anni da quegli eventi bisogna prendere per mano queste parole, queste giornate del ricordo e creare un percorso nuovo, che metta le radici nel passato ma che non si fermi solo all’ieri, dando valori anche per l’oggi e il domani. Cosa mi interessa se dopo più di sessant’anni mi si dica: “Ehi, ricorda gli infoibati!”, quando nel mondo i bambini si ammazzano nelle miniere; cosa mi interessa dopo più di sei decadi degli ebrei nei lager quando i palestinesi vengono fatti vivere nelle stesse condizioni dagli ebrei stessi; che cosa mi interessa della Resistenza quando appoggiamo i dittatori perché ci servono i minerali per i nostri Iphone nuovi?
Niente mi interessa, penso per me e vado avanti per la mia strada; ricordo per dimenticare.
Ma invece bisogna sfruttare queste date già segnate sul calendario per un nuovo ma vivo percorso, un percorso dove il ricordo diviene forza vitale per il futuro e non una misera e polverosa ragnatela vecchia di non si quanto. Si potrebbe, quindi, creare un percorso che chiamerei “La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Questo percorso però ha bisogna di una premessa, di un prerequisito fondamentale. Bisogna cioè che italiano facciamo i conti con il nostro passato. Come italiani dobbiamo smetterla di raccontarci miti e renderci conto della falsità della favola del “buon italiano” ed essere consci che le barbarie pure noi le abbiamo compiute, che pure noi siamo stati (e siamo) razzisti. E’ questa coscienza che può far partire il percorso di Liberazione dall’Odio. Capire di averne fatto parte, di averlo accolto dentro di se, di averlo sentito proprio.
L’ideale partenza di questa Strada è per me il famoso discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, quello che è passato alla storia con questa frase “quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito?”. Con questo discorso al Parlmento il Duce si assunse la responsabilità morale e storica dell’omicidio Matteotti; fu li che la dittatura prese il sopravvento definitivamente e le farfalle da cercare divennero gli spiriti liberi da catturare. Qui nasce l’Odio, da qui parte il percorso di liberazione da esso.
Da questo ricordo si creano poi i presupposti per le due tappe seguenti di questa ipotetica strada. Il 27 gennaio e il 10 febbraio: il ricordo dell’odio diretto verso una razza e i diversi (sterminio degli ebrei, dei omosessuali, dei portatori di handicap…) e il ricordo che l’odio chiama solo odio (le foibe, gli jugoslavi che si vendicarono dei soprusi e delle violenze italiane).
Ma questo percorso arrivato nel suo climax di tragicità ha, nella sua ultima tappa, la gioia, la festa, la libertà. E’ la Festa della Liberazione, il 25 aprile: il popolo che si libera dall’odio e che vuole tornare a vivere!
3 gennaio, 27 gennaio, 10 febbraio e 25 aprile. Io la vedrei così, creare un percorso unitario e non più feste singole. Magari mi son fermato troppo ed ho abusato dei concetti di odio e libertà, quasi fossi un tesserato al partito dell’amore (“noi amore, voi odio” diceva i pidiellini tempo fa). Ma per me è uno spunto per un percorso di educazione civica che faccia capire agli uomini sia le conseguenze dell’odio in se per se, ma anche, che questo è stato sconfitto e che potrà anche in futuro essere sconfitto. Prendere l’esempio del passato e trasformarlo in esempio per il futuro.