#25aprile

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in
buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di
sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il
partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una
società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio
giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono.”

Italo Calvino

Šalamov e il Gulag

“L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscenza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo. […] Giacché non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…”
(Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi, p. 630)

 

Il pezzo proposto è un estratto di una lettera dell’autore sovietico Varlam Tichonovič Šalamov (1907 – 1982) a Boris Pasternak (l’autore de Il Dottor Živago, vincitore poi del premio Nobel per la letteratura nel 1958). Šalamov trascorse diciasette anni nei lager sovietici. La maggior parte di questi anni li passò nella Kolyma, una delle regioni più orientali dell’Urss e dell’odierna Russia, e anche una delle regioni più ricche di materie prime. La Kolyma fu perciò trasformata in un unica grande regione concentrazionaria, dove i detenuti vivevano oltre ogni limite del concetto di umanità, ben evidenziato dalla profonda riflessione di  Šalamov.

Finalmente uscito, ma mai del tutto libero, nel 1956 lavorò nel ventennio successivo alla scrittura delle sue memorie del periodo passato nell’arcipelago Gulag (come lo definì Solženicyn nella sua opera), uscite con il nome I racconti della Kolyma (qui ne parlo).

Manifesto degli Intellettuali antifascisti

Scritto in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti firmato da Giovanni Gentile, il Manifesto degli intellettuali antifascisti fu pubblicato sul quotidiano Il Mondo il 1° maggio 1925, pochi giorni dopo la stampa del Manifesto fascista. Venne scritto da Benedetto Croce su proposta di Giovanni Amendola.
[In calce al
Manifesto ho riportato alcuni dei firmatari dello stesso]

«Gl’intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl’intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell’accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl’intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.
E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.
E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l’unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.
E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.
Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un’assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un’originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.
Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.
La nostra fede non è un’escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.
Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.
I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.
Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.
Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gl’inadempimenti che si frappongono alla libertà, c’inducono a disperare o a rassegnarci.
Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d’intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.
E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.»

Alcuni firmatari del Manifesto

Giovanni Ansaldo
Giovanni Amendola
Sem Benelli
Emilio Cecchi
Guido De Ruggiero
Luigi Einaudi
Giustino Fortunato
Sibilla Aleramo
Floriano Del Secolo
Rodolfo Mondolfo
Attilio Momigliano
Gaetano Mosca
Luigi Albertini
Corrado Alvaro
Antonio Banfi
Vincenzo Arangio Ruiz
Piero Calamandrei
Eugenio Montale
Carlo Linati
Gaetano Salvemini
Giuseppe Rensi
Adriano Tilgher

I giorni del ricordo, alcune riflessioni

“La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Riflessioni attorno al Giorno della Memoria, del Ricordo e alla Festa della Liberazione
Il Giorno del Ricordo, istituito per legge al 10 febbraio (la L. 92/2004), viene a cadere pochi giorni dopo l’altra grande giornata dedicata al ricordo degli orrori figli della Seconda guerra mondiale, cioè il Giorno della Memoria (che si commemora il 27 gennaio)
Questa vicinanza delle commemorazioni (con anche una similitudine nei commemorati), non ha fatto che creare una certa confusione nel concetto di “ricordo”, che non viene inteso come atto inteso a far tornare alla mente un qualcosa, ma “ricordo” inteso come commemorazione dei morti, di determinati morti.
Da quel che vedo e sento sulla rete, sui giornali, nei discorsi pubblici, il 27 gennaio lentamente sta perdendo valore e significato; non che prima, nel momento della sua istituzionalizzazione ne avesse di più, si tratta di una commemorazione istituita da poco, ma erano i principi che ci stavano dietro ad avere forza: l’antifascismo, la libertà, l’uguaglianza.
Ma oggi, con gli anni che passano (la seconda guerra è finita quasi 70 anni fa), i sopravvissuti che sono ormai pochi, con i revisionisti che si fanno più audaci, e, proprio al riguardo della Shoa, con le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, il ricordo del grande sterminio perpetrato dai nazisti sembra rimanere in vita solo per la consuetudine di identificarlo con la più grande barbarie mai fatta dall’uomo. Consuetudine, non consapevolezza.
In parallelo, il 10 febbraio, essendo stato istituito da poco è entrato prepotentemente nel dibattito politico e culturale, anche per la storia stessa del fenomeno storico.
Il ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è stato lasciato per decenni in mano ai nostalgici e ai neofascisti vari, unici che accolsero la richiesta di una giusta memoria per quelle genti ignorate dalla politica ufficiale per motivi di real politik.
Sostanzialmente, ora che questa Giornata è stata istituita si vede lo stesso problema che attanaglia la Festa della Liberazione (il 25 aprile), una festa che dovrebbe essere di tutti, ma che alla fine è solo di una parte politica.
In questo modo, questi due grandi eventi (foibe e liberazione) da commemorare e ricordare si dividono tra “fascisti” e “comunisti”, in un continuo rincorrersi di insulti, tentativi di minimizzare, di ridicolizzare o rivedere gli eventi.
Proprio in relazione a questa ultima frase, penso che ormai, a più di sessant’anni da quei fatti, quando ormai anche gli ultimi testimoni viventi di quegli eventi stanno lasciando questo mondo (e con la loro la memoria legata all’esperienza), e che quindi non rimangono che ricordi sbiaditi e flebili, bisogna puntare su un altro significato per quelle date.
Ho letto poco tempo fa questo pensiero in un bellissimo libro, “quando entrano in gioco i monumenti ai caduti, le cerimonie e tutto il resto, commemorare è sempre sinonimo di dimenticare” (Gli studenti di storia di Alan Bennett). Ed è quello che sta accadendo a noi. Ormai ebrei, nazisti, fascisti, foibe, comunisti, Liberazione, son tutte parole che si appiccicano sul calendario in determinati giorni, parole usate nella vita quotidiana senza senso, solo per fare impressione o per dare un tono al discorso. Dopo più di sessant’anni da quegli eventi bisogna prendere per mano queste parole, queste giornate del ricordo e creare un percorso nuovo, che metta le radici nel passato ma che non si fermi solo all’ieri, dando valori anche per l’oggi e il domani. Cosa mi interessa se dopo più di sessant’anni mi si dica: “Ehi, ricorda gli infoibati!”, quando nel mondo i bambini si ammazzano nelle miniere; cosa mi interessa dopo più di sei decadi degli ebrei nei lager quando i palestinesi vengono fatti vivere nelle stesse condizioni dagli ebrei stessi; che cosa mi interessa della Resistenza quando appoggiamo i dittatori perché ci servono i minerali per i nostri Iphone nuovi?
Niente mi interessa, penso per me e vado avanti per la mia strada; ricordo per dimenticare.
Ma invece bisogna sfruttare queste date già segnate sul calendario per un nuovo ma vivo percorso, un percorso dove il ricordo diviene forza vitale per il futuro e non una misera e polverosa ragnatela vecchia di non si quanto. Si potrebbe, quindi, creare un percorso che chiamerei “La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Questo percorso però ha bisogna di una premessa, di un prerequisito fondamentale. Bisogna cioè che italiano facciamo i conti con il nostro passato. Come italiani dobbiamo smetterla di raccontarci miti e renderci conto della falsità della favola del “buon italiano” ed essere consci che le barbarie pure noi le abbiamo compiute, che pure noi siamo stati (e siamo) razzisti. E’ questa coscienza che può far partire il percorso di Liberazione dall’Odio. Capire di averne fatto parte, di averlo accolto dentro di se, di averlo sentito proprio.
L’ideale partenza di questa Strada è per me il famoso discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, quello che è passato alla storia con questa frase “quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito?”. Con questo discorso al Parlmento il Duce si assunse la responsabilità morale e storica dell’omicidio Matteotti; fu li che la dittatura prese il sopravvento definitivamente e le farfalle da cercare divennero gli spiriti liberi da catturare. Qui nasce l’Odio, da qui parte il percorso di liberazione da esso.
Da questo ricordo si creano poi i presupposti per le due tappe seguenti di questa ipotetica strada. Il 27 gennaio e il 10 febbraio: il ricordo dell’odio diretto verso una razza e i diversi (sterminio degli ebrei, dei omosessuali, dei portatori di handicap…) e il ricordo che l’odio chiama solo odio (le foibe, gli jugoslavi che si vendicarono dei soprusi e delle violenze italiane).
Ma questo percorso arrivato nel suo climax di tragicità ha, nella sua ultima tappa, la gioia, la festa, la libertà. E’ la Festa della Liberazione, il 25 aprile: il popolo che si libera dall’odio e che vuole tornare a vivere!
3 gennaio, 27 gennaio, 10 febbraio e 25 aprile. Io la vedrei così, creare un percorso unitario e non più feste singole. Magari mi son fermato troppo ed ho abusato dei concetti di odio e libertà, quasi fossi un tesserato al partito dell’amore (“noi amore, voi odio” diceva i pidiellini tempo fa). Ma per me è uno spunto per un percorso di educazione civica che faccia capire agli uomini sia le conseguenze dell’odio in se per se, ma anche, che questo è stato sconfitto e che potrà anche in futuro essere sconfitto. Prendere l’esempio del passato e trasformarlo in esempio per il futuro.

#RECENSIONE // Šalamov – I racconti della Kolyma

Varlam Šalamov  
I racconti della Kolyma
Forse la descrizione massima “dell’errore, dell’orrore”, citando gli Offlaga Disco Pax, della visione distorta del comunismo marxista, prodotta in Unione Sovietica durante la dittatura di Stalin.
 
Più potenti nella loro drammatica semplicità risuonano le pagine di Šalamov, rispetto al più famoso e ricordato scrittore sugli orrori del GULag, ovvero Solženicyn. Šalamov, stesso, rimase esterrefatto nel leggerne il famosissimo libro Una giornata di Ivan Denisovič e leggere di gatti liberi di girare per alcuni luoghi del campo: era impensabile per un reduce della Kolyma il passeggiare di un gatto ancora vivo!
 
Non vorrei però qui sminuire ciò che ha passato Solženicyn, insignito pure del Premio Nobel per la Letteratura nel 1970; esperienze terribili, che solo in parte il lettore riesce ad evocare leggendo le sue pagine.
 
Ma la Kolyma era ben altro. Rappresenta il fondo della capacità dell’uomo di disumanizzarsi, neanche Dante quando descrive il fondo del suo Inferno, la Ghiaccia di Cocito, arriva a pensare a qualcosa del genere per rappresentare la bassezza e l’abbrutimento dove può arrivare l’uomo. E purtroppo per la storia dell’umanità questo fondo sarà toccato nuovamente; Auschwitz e tutti gli altri lager nazisti toccano livelli simili: gli orrori degli anni ’30 e ’40 che l’uomo a provocato a se stesso devono continuare ad essere ricordati per evitare che si ripetano nuovamente.
Ed è questa l’importanza delle pagine dei Racconti ed il perché vadano lette. Come lucidamente analizzò lo stesso Šalamov in una lettera a Pasternak, «l’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo…» (p. 630)
 
Continuare a leggere per continuare a ricordare questi orrori, a questo serve questo libro (e tanti altri simili) e provare a crescere come essere umani, perché non accada più che “l’uomo dimentichi che è un essere umano” (p. 630).

GIUDIZIO: 
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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Varlam T. Šalamov 
TITOLO: I racconti della Kolyma
CASA EDITRICE:Adelphi
N° PAGINE: 631
ANNO DI EDIZIONE: 2009 (ed. or 1978 in Occidente, 1992 in Russia)