"e di sudditi si fanno tua partigiani": Machiavelli e il Trentino

Studiando per l’esame di letteratura italiana il De principatibus ( o Il Principe) di Machiavelli, mi son imbattuto in questo passo particolare:
Cap. XX par. 5 “Non fu mai adunque che uno principe nuovo disarmasse e’ suoi sudditi: anzi, quando gli ha trovati disarmati, sempre gli ha armati; perché armandosi1, quelle arme diventano tua, diventano fedeli quelli che ti son sospetti, e quelli che erano fedeli si mantengono, e di sudditi si fanno2tua partigiani.”
Questo paragrafo mi ha stupito per la lucidità dell’analisi politico – sociale.
E’ ormai qualche anno che nel Trentino soffia il vento impetuoso del revisionismo storico e politico, con tentativi di appigliarsi ad ogni cosa pur di evocare un (non si sa bene quale) aureo passato asburgico.
Ed è questo che mi ha colpito del passo machiavellano. Infatti, il buon Niccolò nel 1509 era al seguito dell’imperatore Massimiliano I nel Tirolo; qui probabilmente avrà sentito e discusso dei tentativi di creare milizie popolari locali, milizie che hanno da sempre infiammato il Machiavelli (su il loro valore spende capitoli interi nel Principe). Due anni dopo quella legazione, nel 1511, Massimiliano I emetterà il Landlibell che permetterà la creazione dei corpi paramilitari, noti ai più come schützen o bersaglieri (già perché Trentino avevano nome in italiano, ma lo sciovinismo pantirolese tende ad oscurare questi fatti).
Machiavelli dice che armando i propri sudditi essi si faranno partigiani. Bé, cavolo, a leggere, sentire, dei discorsi “autonomistici” degli ultimi tempo il buon Niccolò ci ha preso in pieno! Esaltazione dell’Hofer (proprio mentre il mondo tirolese ha ormai compiuto una sana riflessione storica sul personaggio) come eroe mitico, la propaganda enorme per l’anniversario del Landlibell, i continui discorsi pubblici di esponenti politici che richiamano il passato asburgico come periodo d’oro (bah) e i desideri mal celati di tornare a vivere quasi come cinquecento anni fa (anche perché idealizzando il passato si pensa che sia l’epoca d’oro, quando invece non lo è).
Insomma, tirando le somme, Machiavelli vide lontano con la sua affermazione sui partigiani, determinati atteggiamenti di alcuni trentini ne sono la conferma.
1 ‘se vengono armati da te’ (sogg. i sudditi); non si tratta di dare armi ai sudditi, come privati, ma di inquadrarli militarmente (Sasso).
2 sogg. ‘tutti quanti’

Insorgenze e Rivoluzione

“La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre. 
Le risposi che i Giacobini avevano ragione e che, 
Terrore o no la Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta”
 
Non mi è mai piaciuta, mai digerita. La Rivoluzione francese proprio no!
L’ho sempre schernita, ridotta nei suoi meriti, ampliato i suoi limiti: una repulsione a pelle. Poi col passare degli anni di studio, l’aumento dei libri letti e la sedimentazione delle informazioni in essi contenute, ho incominciato a rivedere questo mio non-rapporto con la Révolution.
 
Sia chiaro, non mi piace tutt’ora e credo che ci metterà anni a piacermi, se mai mi piacerà: d’altronde è francese e io ho un po’ di repulsione per le cose d’oltralpe ( patriottismo da stadio o da vallata – dove un lato è meglio dell’altro). L’ho però rivalutato e ripensata, abbandonando buona parte dei miei pregiudizi e riserve iniziali ( la conoscenza porta a questo, ad aprire la mente a nuove esperienze).
 
In questa mia operazione culturale interiore grande merito l’ha sicuramente la pubblicistica revisionista, in questo frangente quella insorgimentale ( cioè che tratta delle insorgenze, quel grazioso fenomeno reazionario che vide qua in Trentino Alto Adige in azione il celebre Andreas Hofer).
 
Riflettendo per conto mio e leggendo qua e la questa pubblicistica, ho notato che i principi cardine su cui si basa il nostro convivere attuale, i principi su cui si basano le nostre democrazie provengono da quel periodo li: sono le nostre radici.
Liberté, fraternité, égalité principi a volte astratti, ma fondamentali per il nostro vivere civile.
Questi furono il motto della Rivoluzione. Certo furono applicati male e parzialmente ( vedi il Terrore), ma almeno furono enunciati e messi a bandiera dell’uomo libero, che si fa da se; e come un benefico vento si diffusero in tutt’Europa grazie all’esperienza napoleonica.
 
Ora, tutta questa celebrazione dei fenomeni insorgimentali ( oltre ad Hofer, è famosissima la Vandea) non fa altro che esaltare il periodo pre-rivoluzionario ( l’ancient regime) negando il post-Rivoluzione con tutte le sue lente ma immense conquiste civili; glorificando e mitizzando un mondo castale, chiuso, con i pochi che dominano sui molti. Molti poi con la mente ottenebrata da un imperante religione che impediva all’individuo la propria autodeterminazione.
 
Questa è una spregevole operazione culturale verso la quale bisogna sempre essere guardinghi e combattere per salvaguardare il nostro mondo: non sarà perfetto, ma è molto meglio di quello in cui cercano di riportarci.

Spese folli

L’Europa sta correndo nel vicolo oscuro della crisi economica, ora anche la moneta sembra in bilico. Così i vari governi europei stanno cercando di trovare i modi per ridurre il deficit e la spesa pubblica, con modi e metodi a volte opinabili, ma senz’altro obbligati.

Proprio in questo congiuntura, il quotidiano l’Adige con due articoli mette in risalto le enormi contraddizioni della Provincia di Trento. Crisi economica e la povertà vengono tranquillamente calpestate per “comprare e mantenere il consenso” (l’Adige). Ecco quindi che in un articolo del 26/05 si parla della relazione annuale della Caritas di Rovereto (secondo centro del Trentino e capoluogo del Vallagarina e del Trentino meridionale) che mette in luce come siano aumentati gli interventi dei volontari nel corso del 2009 rispetto all’anno precendente. Si nota quindi una situazione di disagio sociale e di povertà. Infatti nel corso dell’ultimi due anni a Rovereto, molte industrie han dovuto operare la cassa integrazione di parte dei lavoratori e, in estremi casi, ricorrere al licenziamento.

Quattro giorni prima era comparso, invece, un articolo che enunciava la spesa della Provincia per le celebrazioni in memoria di Andreas Hofer: 381.912 euro. Non per fare demagocia spicciola, ma in un periodo di così tremenda situazione per molte famiglie, la politica, anzi, certi schieramenti politici trentini, pensano solo ad aumentare il proprio consenso. Mi riferisco direttamente al Patt, visto che lo sperpero di denaro pubblico è stato attuato dell’assesore alla cultura Panizza, che fa capo al Patt. Questa è quindi la situazione nella nostra terra, dove partiti senza un fondamento storico cercano di crearselo spendendo e spandendo soldi a destra e a manca, fregandosene dei cittadini che fanno la fame.

Cenni di storia

Navigando per Facebook mi capita sempre più di incontrare messaggi inneggianti al Tirolo Storico o al famigerato Welschtirol: sinceramente mi son stufato di questa estenuante e martellante campagna priva di ogni fondamento storico che insulta e vilipende la mia regione.
 
Ma iniziamo con calma.
 
Il Welschtirol sarebbe la terza componente di quello che viene definito Tirolo Storico: Nordtirol, Osttirol, Südtirol e Welschtirol. Ma, se traduciamo i nomi tedeschi subito risalta la connotazione razzista del termine usato per la parte italiana. Infatti mentre “Nord”, “Ost” e “Süd”, stanno appunto per “settentrionale”, “orientale” e “meridionale”, welsch” non significa altro che “straniero”, ma con una forte connotazione negativa.1 È un termine di origini arcaiche, che risale ai popoli germanici delle famose invasioni barbariche (ne è un esempio il Galles – Wales, così chiamato dai primi invasori angli e sassoni), e trasponendolo ai nostri giorni ha lo stesso valore del nostro “extracomunitario”. Tirando le somme di questa breve introduzione, i nostri volenterosi difensori delle tradizioni usando la definizione “Welschtirol”, assomigliano un po’ ad un napoletano che si da del “terrone”. Per usare un detto popolare, è sostanzialmente darsi la zappa sui piedi.
 
L’altra “tradizione” da difendere per questi fantomatici neoaustriaci è una storica unione al Tirolo. Bene, aprendo un qualunque manuale di storia si può tranquillamente notare che a Trento e d’intorni (in sostanza l’odierna provincia di Trento e più la zona che circonda Bolzano – e in origine molti altri territori) nel 1027 diviene un principato vescovile attraverso un diploma dell’imperatore Corrado II il Salico. Il principato ecclesiastico si trattava di “una signoria territoriale sovraregionale diretta da un vescovo, arcivescovo o da un patriarca.”2 Famoso in Italia era quella di Aquileia, ma era una forma di governo molto diffusa in Germania (e che esploderà in tutte le sue contraddizioni durante la Rivoluzione luterana), ma applicata anche sulle Alpi per la loro estrema importanza come punto di comunicazione con l’Italia e la Città Eterna. Per un Imperatore tedesco avere le strade alpine in mano a forze sicure e amiche era fondamentale per poter scendere a Roma a farsi incoronare e per far sentire costantemente la propria presenza ai feudatari e alle città italiche. È in questo contesto che si svolse la famosa lotta per le investiture che vide contrapposti gli imperatori e i papi tra l’XI e il XII secolo e che si concluse col Concordato di Worms del 1122 fra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II.
 
Non mi voglio qui dilungare oltre sulla lunga e complessa storia del principato vescovile tridentino dalla fondazione fino al ‘800, attraversando l‘invasione tirolese ( esatto, invasione), le rivolte contadine, il concilio.3
 
Riprendo la narrazione storica, o almeno il mio tentativo, dalla fine del ‘700 – inizi ‘800, con la fine del Principato-vescovile.
 
Voglio ricordare inoltre che per tutto questo periodo il vescovo di Trento oltre ad avere un potere temporale aveva, per l’appunto, anche un potere spirituale su, in sostanza, la stessa porzione di territorio corrispondente al Principato; mentre come Principe sottostava al Sacro Romano Imperatore, in soldoni un Asburgo, come vescovo aveva come superiore il Metropolita di Aquileia, un italico quindi.
 
Il Principato Tridentino, ormai di territorio molto ridotto rispetto alle origini, cessa definitamente di esistere nel 1806. Dopo la sconfitta ad Austerlitz Francesco II è costretto a porre fine al Sacro Romano Impero, dopo che già nel 1804, per rispondere all’autoincoronazione di Napoleone, aveva creato l’Impero d’Austria (al quale il sovrano asburgico assommava tutta una serie di domini personali che andavano poi a formare i Domini Asburgici, entità territoriale complessa che cessò di esistere nel 1918). Il principato vescovile così spariva per lasciare spazio a tutta una serie di circoli e distretti amministrativi; Il vescovo esiste ancora ma il suo potere è ora solo spirituale.
 
Siamo durante le guerre napoleoniche. In Trentino si succedono la dominazione austriaca, bavarese ( e la rivolta hoferiana), italica in pochi anni. Finisce tutto nel 1815 con il Congresso di Vienna e il tentativo di Metternich di creare le condizioni di uno status quo garante della pace continentale.
 
Ed è ora, per la prima volta, che il Trentino (tranne alcune zone, tra cui Rovereto e Riva) si ritrova sotto il dominio asburgico diretto. I Domini asburgici essendo estremamente multietnici basavano la loro unità sulla sola fedeltà all’imperatore, imperatore per elezione divina. Difatti la Chiesa sarà una grandissima sostenitrice del regime di Vienna in tutto l’Impero.
 
A differenza del resto dei Domini Asburgici, estremamente eterogenei, il Tirolo presentava una netta separazione tra le due etnie italiana e tedesca. Questa, frutto del secolare principato, diede forza alle richieste autonomiste dei trentini.
 
Già nel 1848 quindi, durante la primavera dei popoli, l’abate Giovanni a Prato chiese la separazione del Trentino dal Tirolo tedesco, seguito pochi mesi dopo da una petizione popolare che chiedeva la stessa cosa. Ma le richieste autonomistiche nascevano già con la stessa soppressione del principato vescovile e la paura di veder andare a Innsbruck tutti gli uffici amministrativi. Ed è queste prime richieste che si aggancia l’a Prato, provando poi a dare un fondamento storico alle sue motivazioni.4
 
Ma già negli anni precedenti, non potendo dibattere in sedi parlamentari, le voci trentine si fecero sentire attraverso scritti, saggi e testate giornalistiche, spesso non ben viste dall’autorità centrale.5
 
Il ’48 portò con se una prima costituzione per lo stato austriaco e la conseguente creazione di una Dieta nella capoluogo tirolese, oltre che nella capitale. I trentini furono subito in netta minoranza nell’assemblea tirolese, 20 contro 52.
 
Le opere parlamentari, durarono che pochi anni; con la svolta assolutistica del 1851, la costituzione fu abrogata e momentaneamente il problema dell’autonomia trentina fu drasticamente accantonato. Per lo meno a Vienna. I trentini non mancarono di far sentire la loro voce all’assemblea della Confederazione germanica a Francoforte, ma ebbero sempre sfortuna.
 
Ma con la riapertura della sede dietale nel 1860 (a seguito dei disastri durante la Seconda guerra d’indipendenza italiana) i deputati trentini fecero subito sentire la propria voce, chiedendo l’autonomia. Venne sempre negata sia a Innsbruck che a Vienna. La paura che i trentini, rivendicando l’autonomia per la propria italianità, una volta ottenutala, optassero per la secessione e l’unione all’Italia era una paura costante nelle mente dei politici viennesi, non però in quelli tirolesi, che non consideravano neanche gli italiani, ritenendo assurdo pensare ad una divisione del Tirolo, composto, a loro avviso, solo da tedeschi.
 
Ad Innsbruck, lo scontro sempre più forte fra le due etnie, portò la componente italiana a boicottare in maniera quasi permanente la Dieta e ad a rivolgersi sempre e solo a quella viennese, bloccando di fatto i lavori parlamentari in Tirolo.
 
 
Per tutta la seconda metà dell’Ottocento a Vienna, i deputati trentini cercano di far approvare un’autonomia per la propria provincia alla Dieta, ma non ce la fecero complice un’infelice congiuntura politica. Col passare degli anni, il pericolo italico si faceva sempre più forte e le altrettanto forti spinte nazionalistiche ai confini dell’impero sconsigliavano di concedere l’autonomia ad una singola provincia: si rischiava di innescare un effetto domino che avrebbe distrutto l’intero impero.
 
In provincia lo scontro proseguiva, in tutti i modi possibili, sopratutto sulla carta stampata, ma non solo; esempio classico di questa lotta è la statua di Dante Alighieri a Trento di fronte alla stazione dei treni, eretta nel 1896, che ha il braccio alzato verso Nord, atto a fermare l’avanzata tedesca.
 
Altro braccio di ferro fra le due componenti fu anche la creazione di un’università in lingua italiana o perlomeno l’apertura di corsi in lingua italiana, venuti meno con la perdita dell’università di Padova nel 1866 a seguito della Terza guerra d’indipendenza. Ma l’apertura sperimentale nel 1904 nei sobborghi di Innsbruck di alcuni corsi in lingua italiana, finì con un violento scontro tra tedeschi e italiani, e con ben 138 studenti trentini arrestati (fra i quali Cesare Battisti e Alcide De Gasperi). La questione dell’università si risolse con l’apertura di corsi in lingua italiana a Vienna nel 1909.6
 
Le lotte per un’università nella propria lingua, fanno ben capire il clima nel territorio, con da una parte degli italiani sempre più stizziti per l’assoluta indifferenza dei tirolesi, sempre più arroccati sulle loro posizioni estremamente conservatrici e “negazioniste” (nel 1908 Wilhelm Rohmeder in uno scritto negava addirittura l’esistenza di italiani nel Tirolo meridionale7).
 
Queste lotte continue finirono provvisoriamente con lo scoppio della prima guerra mondiale, ma con la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe e quindi la scomparsa del decennale collante dell’Impero, unico imperatore dal 1848, lo Stato iniziò lo lento sfaldarsi, che ne decretò la fine, corroso dai nazionalismi che da sempre aveva cercato di evitare, “l’impero asburgico poteva sopravvivere solo dando corpo politico e culturale (cioè religioso) all’intera Europa come entità superiore capace di inglobare e di far convivere pacificamente le diverse realtà politiche e culturali del continente”8. Le forze nazionali son state più forti di ogni tentativo di omogeneizzare il popolo con la religione e ne hanno decretato la fine.
 
Il Trentino venne assegnato finalmente all’Italia il 10 settembre 1919 attraverso il Trattato di Saint Germaine; quello che successe dopo è storia nota.
 
 
Spero di essere riuscito a scrivere in modo chiaro e conciso, ed a far capire che il Trentino con tutte queste rivendicazioni pseudostoriche non c’entra assolutamente nulla. Purtroppo son dovuto essere molto sintetico, proprio su argomenti che non lo permettono, rimando comunque alla bibliografia per ulteriori chiarimenti e approfondimenti.
  1. http://dizionari.corriere.it/dizionario_tedesco/Tedesco/W/welsch.shtml 
  2. Dizionario di storia, Bruno Mondadori, 1995, pp. 1023
  3. Per interessi personali, curiosità, aggiornamenti, rimando all’esauriente opera collettanea curata dall’Istituto Trentino di Cultura, intitolata “Storia del Trentino” edita dal Mulino
  4. Mauro Nequirito, La questione dell’autonomia trentina entro la Monarchia asburgica: aspirazioni inattuabili e occasioni mancate, in Maria Garbari, Andrea Leonardi (a cura di), Storia del Trentino, vol. V L’età contemporanea 1803 – 1918 Bologna, il Mulino, 2003, pp. 167 – 169 
  5. Mario Allegri, La produzione letteraria in un territorio di confine, cit., pp. 335 – 366 
  6. Maria Garbari, Aspetti politico istituzionali di una regione di frontiera, cit., pp. 122-124 
  7. ivi, p. 131. 
  8. Adriano Prosperi, Il Concilio di Trento e la controriforma, Trento, Edizioni UTC, 1999, p. 17