Sulle violenze dei "piemontesi" sui "briganti"

Tutti gli intellettual-storici che nell’ultimo anno si son divertiti a dipingere come sterminio o massacro ( arrivando a vederne tinte etniche) l’operazione dei “piemontesi” contro i “briganti” subito dopo l’Unità d’Italia, esprimono una totale ignoranza della storia e della società. Ma la cosa più negativa di questa loro panphletistica è il tentare di togliere valore all’Unità (intesa come processo risorgimentale) e crepare l’unità dello Stato. Vanno per questo combattuti con tutti i mezzi che la cultura ci propone, ovvero scritti, pubblicazioni di fonti, articoli, conferenze. Opere talli di falsificazione della storia per palesi (e incomprensibili) scopi devono mantenere in allarme l’intera comunità nazionale.
Oltretutto questi finti intellettuali paiono miopi e ciechi nel vedere lo svolgersi della storia nei secoli; infatti qualunque processo di Unità nazionale ha avuto gravi atti di violenze civili, con sanguinosi eventi. Ovvio, quindi, che pure la nostra Unità non né poteva essere esente. Ma questi atti, seppure sanguinosi, hanno avuto l’onore di portare allo sviluppo dei diritti civili e al progresso sociale dello stato dove sono accaduti.
Gli esempi nella storia sono molti: la Guerra di Secessione americana; le due rivoluzioni inglesi; la Rivoluzione francese; l’intero processo unitario tedesco passato attraverso numerose guerre (tra cui le due Mondiali) e una terribile dittatura; in Russia, dove il processo di nascita dello stato parte addirittura da Pietro il Grande e termina con la morte di Stalin e, poi, con la fine dell’Urss, attraversando secoli zeppi di rivolte, guerre, carneficine, stragi, carestie; la guerra civile in Cina e le rivolte alla fine del Celeste Impero; il processo di modernizzazione giapponese e le due grandi rivolte conseguenti (ne è un esempio il film “L’ultimo samurai”); la recentissima guerra nei Balcani, che tutt’ora ha degli strascichi pesanti; Israele e la Palestina in guerra aperta da sessant’anni; l’India; il Pakistan; le recenti violenze in Tunisia, in Egitto, in Iran.
La “grande guerra civile” evocata per indicare l’opera di repressione di movimenti brigantisti nel Meridione, va quindi vista in quest’ottica appena descritta e, oltretutto, va limitata nel tempo, nello spazio e nel numero dei morti. Non è qualcosa di gigante come certa pamphletistica da strapazzo vorrebbe fra credere. Altrimenti, seguendo la linea di ragionamento che essa vuol sottintendere tutti gli Stati che ho citato nella lista sopra dovrebbero autoannullarsi e tornare quell’arlecchinesco mondo di una miriade di stati, staterelli, entità più o meno forti, più o meno grandi, dove gli abitanti non son più cittadini con diritti e doveri, tutelati dalla legge, in grado di garantirsi sempre maggiori opportunità, prospettive in ogni campo, ma miseri sudditi, boccheggianti, senza via d’uscita da un tunnel di ignoranza, prevaricazioni e obblighi, “vasi di terracotta costretti a viaggiar con molti vasi di ferro”.
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