#RECENSIONE // Deledda – Il vecchio della montagna

Grazia Deledda
Il vecchio della montagna
Mi ha piacevolmente sorpreso la lettura di questo libro. D’altronde Grazia Deledda è una scrittrice abbastanza sconosciuta nonostante sia stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926, unica donna italiana a ricevere questo Nobel (gli altri vincitori furono, nell’ordine, Carducci, Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo).
Il vecchio della montagna viene pubblicato nel 1899, all’inizio del suo più fecondo periodo narrativo, quel periodo che culminerà con l’Edera o Canne al vento e che la porterà al Premio Nobel.
Il racconto colpisce per la sua scrittura semplice, con poche costruzioni sintattiche complesse o artificiose. Nonostante sia, poi, un romanzo sardo, con notevoli influenze veriste, supera questo modello, relegando il dialetto a poche espressioni tradizionali contabili sulle dita di una man; la stessa costruzione dei dialoghi è italiana, alleggerendo la lettura rispetto ai corrispettivi romanzi veristi, mi sovvengono ad esempio i Malavoglia, ricchissimi di sicilianità.
Della Sardegna rimangono le magnifiche pennellate del paesaggio, della società e della mentalità; queste ultime che trasudano dai dialoghi e dei modi di fare dei personaggi. Ed è qui che c’è il contrasto ed il succo del libro: la stessa tendenza dell’autrice ad utilizzare poco il dialetto sardo nella scrittura si trasforma nel desiderio di Paska, la ragazza indiscussa protagonista del romanzo, di rompere la tradizione dell’isola. Tradizione che viene appunto rotta dall’uso pressoché costante della lingua italiana, in una forma semplice, come semplice è la ragazza che rifugge il suo mondo e vuole proiettarsi fuori da esso, quasi a voler superare il mare e scoprire cosa c’è nel continente. 

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE:
Grazia Deledda
TITOLO:
Il vecchio della montagna
CASA EDITRICE:
Mondadori
N° PAGINE:
147
ANNO DI EDIZIONE:
1990 (ed. or. 1899)

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Elegio del mercatino del libro usato

Adoro gironzolare per i mercatini del libro usato, fra la gente che spinge e si affretta in ogni dove pur di trovare il capolavoro nascosto sotto pile di altri libri. Adoro cercare minuziosamente in questa o quell’altra zona del mercatino, sollevando e spostando più e più volte gli stessi libri, cercando di far salire alla memoria sempre più dettagli sull’autore, sulla corrente letteraria dello scrittore o sull’argomento del saggio. Ogni libro poi ha un suo odore, una sua storia: ci son dei miseri libricini, vecchi di decenni, lì perfetti come nuovi, con le pagine ingiallite nei bordi per il tempo trascorso, ma aperti profumano ancora di nuovo, non hanno un segno, ne una riga, nuovi come appena stampati; ci son poi i libri usati e strausati, capitati chissà come in quel mercatino, libri sottolineati, con le orecchie alle pagine, stracciati, rovinati, vissuti.
Tra i due non so che tipo preferisco, entrambi hanno una lunga storia che merita di entrare nella mia: ai primi darei un senso, finalmente sarebbero letti, dopo decenni di silenzio tornerebbero ad urlare i propri contenuti, forse per una volta sola o due o magari all’infinito dando finalmente una conclusione alla loro attesa in scuri scantinati. Ma anche i secondi, i libri vissuti, son piacevoli da prendere e portare con sé: se son stati così letti e usati di sicuro ne vale la pena prenderli e leggerli, per continuare a farli sentire importanti e non lasciarli lì soli, in compagnia di tanti altri libri, magari mai letti che non farebbero altro che odiosamente infastidire per gelosia il compagno usato e riusato allo sfinimento.