COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA (1849)

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA

PRINCIPII FONDAMENTALIdecreto

I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

II. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.

III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.

V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.

VI. La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

VII. Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.

VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale. Continua a leggere

Programma di San Sepolcro

Italiani!
Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore, perché antipregiudizievole. Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti. Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali ecc. li tracceremo quando avremo creato la classe dirigente.
 
Per questo noi vogliamo, per il problema politico:
a. Suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b. Il minimo di età per gli elettori abbassato ai l8 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
c. L’abolizione del Senato.
d. La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e. La formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni ecc. eletti dalle collettività professionali e di mestiere,
con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario generale con poteri di Ministro.
 
Per il problema sociale, noi vogliamo:
a. La sollecita promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b. I minimi di paga.
c. La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.
d. L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e. La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
Il Programma sulla prima pagina de Il Popolo d’Italia

f. Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sull’invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età proposto attualmente da 65 a 55 anni.

 
Per il problema militare, noi vogliamo:
a. L’istituzione di una milizia nazionale, con brevi periodi d’istruzione e compito esclusivamente difensivo.
b. La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c. Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo.
 
Per il problema finanziario, noi vogliamo:
a. Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b. Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi.
c. La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra.
 
Il Popolo d’Italia, 6 giugno 1919

Manifesto degli Intellettuali antifascisti

Scritto in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti firmato da Giovanni Gentile, il Manifesto degli intellettuali antifascisti fu pubblicato sul quotidiano Il Mondo il 1° maggio 1925, pochi giorni dopo la stampa del Manifesto fascista. Venne scritto da Benedetto Croce su proposta di Giovanni Amendola.
[In calce al
Manifesto ho riportato alcuni dei firmatari dello stesso]

«Gl’intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl’intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell’accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl’intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.
E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.
E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l’unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.
E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.
Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un’assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un’originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.
Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.
La nostra fede non è un’escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.
Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.
I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.
Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.
Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gl’inadempimenti che si frappongono alla libertà, c’inducono a disperare o a rassegnarci.
Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d’intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.
E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.»

Alcuni firmatari del Manifesto

Giovanni Ansaldo
Giovanni Amendola
Sem Benelli
Emilio Cecchi
Guido De Ruggiero
Luigi Einaudi
Giustino Fortunato
Sibilla Aleramo
Floriano Del Secolo
Rodolfo Mondolfo
Attilio Momigliano
Gaetano Mosca
Luigi Albertini
Corrado Alvaro
Antonio Banfi
Vincenzo Arangio Ruiz
Piero Calamandrei
Eugenio Montale
Carlo Linati
Gaetano Salvemini
Giuseppe Rensi
Adriano Tilgher

Provvedimenti per la difesa dello Stato

Legge n. 2008 del 25 novembre 1925,  Provvedimendi per la difesa dello Stato

Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 1926, n.281
Vittorio Emanuele III
Per Grazia di Dio e volontà della Nazione
Re d’Italia.
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolo 1
Chiunque commette un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del Re o del Reggente è punito con la morte.
La stessa pena si applica, se il fatto sia diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale della Regina, del Principe ereditario o del Capo del Governo.

Articolo 2
Sono egualmente puniti con la morte i delitti preveduti dagli articoli 104, 107, 108, 120 e 252 del Codice penale.

Articolo 3
Quando due o piú persone concertano di commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli, sono punite, pel solo fatto del concerto, con la reclusione da cinque a quindici anni. I capi, promotori ed organizzatori sono puniti con la reclusione da quindici a trenta anni.
Chiunque, pubblicamente o a mezzo della stampa, istiga a commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli o ne fa l’apologia, è punito pel solo fatto della istigazione o della apologia, con la reclusione da cinque a quindici anni.

Articolo 4.
Chiunque ricostituisce, anche sotto forma o nome diverso associazioni, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, è punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre l’interdizione perpetua dai pubbliciuffici.
Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni o partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Alla stessa pena soggiace chi fa, in qualsiasi modo, propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d’azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti.

Art. 5
Il cittadino che, fuori del territorio dello Stato, diffonde o comunica, sotto qualsiasi forma, voci o notizie false, esagerate o tendenziose sulle condizioni interne dello Stato, per modo da menomare il credito o il prestigio dello Stato all’estero o svolge comunque una attività tale da recar nocumento agli interessi nazionali, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Nella ipotesi preveduta dal presente articolo, la condanna pronunciata in contumacia importa, di diritto, la perdita della cittadinanza e la confisca dei beni. Il giudice può sostituire alla confisca il sequestro; in tal caso esso ne determina la durata e stabilisce la destinazione delle rendite dei beni.
La perdita della cittadinanza non influisce sullo stato di cittadinanza del coniuge e dei figlio del condannato. Tutte le alienazione dei beni fatte dal condannato dopo commesso il reato e nell’anno antecedente a questo si presumono fatte in frode dello Stato, ei beni medesimi sono compresi nella confisca o nel sequestro.
Gli effetti della condanna in contumacia, di cui ai precedenti capoversi, cessano con la costituzione o con l’arresto del condannato; in tal caso i beni gli sono restituiti nello stato in cui si trovano, salvi i diritti legittimamente acquisiti dai terzi.

Articolo 6
Per i delitti preveduti nella presente legge, quando il fatto sia di lieve entità, ovvero concorrano circostanze che, ai termini del codice penale, importino una diminuzione di pena. Il giudice ha facoltà di sostituire alla pena di morte la reclusione da quindici a trent’anni all’interdizione perpetua dai pubblici uffici la interdizione temporanea, e di diminuire le altre pene fino alla metà.
Per gli stessi delitti, tutti coloro che, in qualsiasi modo, siano concorsi a commetterli, sono puniti con le pene stabilite dalla presente legge.

Articolo 7
La competenza per i delitti preveduti dalla presente legge è devoluta a un tribunale speciale costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali del Regio esercito, della Regia marina, della Regia aeronautica e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, di cinque giudici scelti tra gli ufficiali della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, aventi grado di console, l’uno e gli altri, tanto in servizio attivo permanente, che in congedo o fuori quadro, e di un relatore senza voto scelto tra il personale della giustizia militare. Il Tribunale può funzionare, quando il bisogno lo richieda, con piú sezioni, e i dibattimenti possono celebrarsi, tanto nel luogo ove ha sede il Tribunale quanto in qualunque altro comune del Regno.
La costituzione di tale Tribunale è ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determina la composizione, la sede e il comando presso cui é stabilito.
Quando concorrano le condizioni previste dall’art. 559 del Codice penale per l’esercito, possono altresí costituirsi tribunali straordinari.
Nei procedimenti pei delitti preveduti dalla presente legge si applicano le norme del Codice penale per l’esercito sulle procedura penale in tempo di guerra. Tutte le facoltà spettanti, ai termini del detto Codice, al comandante in capo, sono conferite al Ministro per la guerra.
Le sentenze del Tribunale speciale non sono suscettibili di ricorso né di alcun mezzo di impugnativa, salva la revisione.
I procedimenti per i delitti preveduti dalal presente legge, in corso al giorno della sua attuazione, sono devoluti, nello stato in cui si trovano, alla cognizione del Tribunale speciale, di cui alla prima parte del presente articolo.

Articolo 8
Nulla è innovato circa le facoltà conferite al Governo con la legge 21.12.1925 n.2260.
La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del regno, e cessa di aver vigore dopo cinque anni da tale data, salva l’esecuzione di condanne già pronunciate.
Entro lo stesso periodo di tempo, il Governo del Re ha facoltà di emanare le norme per l’attuazione della presente legge, e per il suo coordinamento col Codice Penale, col Codice di Procedura Penale, col Codice Penale per l’Esercito e con le altre leggi.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

I giorni del ricordo, alcune riflessioni

“La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Riflessioni attorno al Giorno della Memoria, del Ricordo e alla Festa della Liberazione
Il Giorno del Ricordo, istituito per legge al 10 febbraio (la L. 92/2004), viene a cadere pochi giorni dopo l’altra grande giornata dedicata al ricordo degli orrori figli della Seconda guerra mondiale, cioè il Giorno della Memoria (che si commemora il 27 gennaio)
Questa vicinanza delle commemorazioni (con anche una similitudine nei commemorati), non ha fatto che creare una certa confusione nel concetto di “ricordo”, che non viene inteso come atto inteso a far tornare alla mente un qualcosa, ma “ricordo” inteso come commemorazione dei morti, di determinati morti.
Da quel che vedo e sento sulla rete, sui giornali, nei discorsi pubblici, il 27 gennaio lentamente sta perdendo valore e significato; non che prima, nel momento della sua istituzionalizzazione ne avesse di più, si tratta di una commemorazione istituita da poco, ma erano i principi che ci stavano dietro ad avere forza: l’antifascismo, la libertà, l’uguaglianza.
Ma oggi, con gli anni che passano (la seconda guerra è finita quasi 70 anni fa), i sopravvissuti che sono ormai pochi, con i revisionisti che si fanno più audaci, e, proprio al riguardo della Shoa, con le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, il ricordo del grande sterminio perpetrato dai nazisti sembra rimanere in vita solo per la consuetudine di identificarlo con la più grande barbarie mai fatta dall’uomo. Consuetudine, non consapevolezza.
In parallelo, il 10 febbraio, essendo stato istituito da poco è entrato prepotentemente nel dibattito politico e culturale, anche per la storia stessa del fenomeno storico.
Il ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è stato lasciato per decenni in mano ai nostalgici e ai neofascisti vari, unici che accolsero la richiesta di una giusta memoria per quelle genti ignorate dalla politica ufficiale per motivi di real politik.
Sostanzialmente, ora che questa Giornata è stata istituita si vede lo stesso problema che attanaglia la Festa della Liberazione (il 25 aprile), una festa che dovrebbe essere di tutti, ma che alla fine è solo di una parte politica.
In questo modo, questi due grandi eventi (foibe e liberazione) da commemorare e ricordare si dividono tra “fascisti” e “comunisti”, in un continuo rincorrersi di insulti, tentativi di minimizzare, di ridicolizzare o rivedere gli eventi.
Proprio in relazione a questa ultima frase, penso che ormai, a più di sessant’anni da quei fatti, quando ormai anche gli ultimi testimoni viventi di quegli eventi stanno lasciando questo mondo (e con la loro la memoria legata all’esperienza), e che quindi non rimangono che ricordi sbiaditi e flebili, bisogna puntare su un altro significato per quelle date.
Ho letto poco tempo fa questo pensiero in un bellissimo libro, “quando entrano in gioco i monumenti ai caduti, le cerimonie e tutto il resto, commemorare è sempre sinonimo di dimenticare” (Gli studenti di storia di Alan Bennett). Ed è quello che sta accadendo a noi. Ormai ebrei, nazisti, fascisti, foibe, comunisti, Liberazione, son tutte parole che si appiccicano sul calendario in determinati giorni, parole usate nella vita quotidiana senza senso, solo per fare impressione o per dare un tono al discorso. Dopo più di sessant’anni da quegli eventi bisogna prendere per mano queste parole, queste giornate del ricordo e creare un percorso nuovo, che metta le radici nel passato ma che non si fermi solo all’ieri, dando valori anche per l’oggi e il domani. Cosa mi interessa se dopo più di sessant’anni mi si dica: “Ehi, ricorda gli infoibati!”, quando nel mondo i bambini si ammazzano nelle miniere; cosa mi interessa dopo più di sei decadi degli ebrei nei lager quando i palestinesi vengono fatti vivere nelle stesse condizioni dagli ebrei stessi; che cosa mi interessa della Resistenza quando appoggiamo i dittatori perché ci servono i minerali per i nostri Iphone nuovi?
Niente mi interessa, penso per me e vado avanti per la mia strada; ricordo per dimenticare.
Ma invece bisogna sfruttare queste date già segnate sul calendario per un nuovo ma vivo percorso, un percorso dove il ricordo diviene forza vitale per il futuro e non una misera e polverosa ragnatela vecchia di non si quanto. Si potrebbe, quindi, creare un percorso che chiamerei “La lunga strada per la Liberazione dall’odio”.
Questo percorso però ha bisogna di una premessa, di un prerequisito fondamentale. Bisogna cioè che italiano facciamo i conti con il nostro passato. Come italiani dobbiamo smetterla di raccontarci miti e renderci conto della falsità della favola del “buon italiano” ed essere consci che le barbarie pure noi le abbiamo compiute, che pure noi siamo stati (e siamo) razzisti. E’ questa coscienza che può far partire il percorso di Liberazione dall’Odio. Capire di averne fatto parte, di averlo accolto dentro di se, di averlo sentito proprio.
L’ideale partenza di questa Strada è per me il famoso discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, quello che è passato alla storia con questa frase “quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito?”. Con questo discorso al Parlmento il Duce si assunse la responsabilità morale e storica dell’omicidio Matteotti; fu li che la dittatura prese il sopravvento definitivamente e le farfalle da cercare divennero gli spiriti liberi da catturare. Qui nasce l’Odio, da qui parte il percorso di liberazione da esso.
Da questo ricordo si creano poi i presupposti per le due tappe seguenti di questa ipotetica strada. Il 27 gennaio e il 10 febbraio: il ricordo dell’odio diretto verso una razza e i diversi (sterminio degli ebrei, dei omosessuali, dei portatori di handicap…) e il ricordo che l’odio chiama solo odio (le foibe, gli jugoslavi che si vendicarono dei soprusi e delle violenze italiane).
Ma questo percorso arrivato nel suo climax di tragicità ha, nella sua ultima tappa, la gioia, la festa, la libertà. E’ la Festa della Liberazione, il 25 aprile: il popolo che si libera dall’odio e che vuole tornare a vivere!
3 gennaio, 27 gennaio, 10 febbraio e 25 aprile. Io la vedrei così, creare un percorso unitario e non più feste singole. Magari mi son fermato troppo ed ho abusato dei concetti di odio e libertà, quasi fossi un tesserato al partito dell’amore (“noi amore, voi odio” diceva i pidiellini tempo fa). Ma per me è uno spunto per un percorso di educazione civica che faccia capire agli uomini sia le conseguenze dell’odio in se per se, ma anche, che questo è stato sconfitto e che potrà anche in futuro essere sconfitto. Prendere l’esempio del passato e trasformarlo in esempio per il futuro.

#RECENSIONE // Baratter – L’Autonomia spiegata ai miei figli

Lorenzo Baratter
L’Autonomia spiegata ai miei figli

Premessa:
La ragione che mi ha spinto a leggere questo saggio è sostanzialmente politica.
Se c’è una cosa che proprio non digerisco è lo sfruttamento della Storia per meri fini politici: la riscrittura dei fatti o il metterne in evidenza solo alcuni nascondendone altri. E’ una cosa delle gravi conseguenze sociali, visto che il continuo martellamento mediatico di determinati messaggi può portare a cambiamenti di idee e delle identità con pericolose conseguenze: Hitler e il suo esempio devono rimanere come monito al riguardo!
Per cui, sapendo la vicinanza politica di Baratter a certi ambienti trentini ( il suo libro Storia dell’Asar è stato più e più volte presentato in compagnia del Patt), ho preso in mano L’Autonomia spiegata ai miei figli, più per il contenuto politico che questo potrebbe avere che per un reale interesse. Ma, come penso, bisogna pur sempre leggere i libri per poterne criticare il contenuto; criticare così, a spanne, solo in base a supposizioni non fa che creare un danno alla cultura. Anche perché può sempre accadere di rimanere sorpresi dal contenuto del testo e rivedere le proprie opinioni al riguardo, cosa che mi è capitata leggendo Terzani ed è quello che spero ogni volta che prendo in mano un libro di un autore, saggista e non, del quale diffido: la speranza di trovare un contenuto che mi sorprenda in positivo scacciando i pregiudizi.
Fatta questa premessa, che ritengo doverosa, posso iniziare con il commento al libro.
Recensione:
Sinceramente son rimasto sorpreso, in negativo, da questo libro, malgrado i pregiudizi sopra detti.
Fin dalle prime pagine (purtroppo sarebbe più corretto dire, dalla prima pagina!) emergono semplificazioni che tracimano in inesattezze. Apprezzo moltissimo l’idea di ricalcare Ben Jelloun e il suo bellissimo Il razzismo spiegato a mia figlia, ma lo scrittore marocchino non è mai superficiale nello scrivere, eppure il suo tema è molto più profondo e complicato da spiegare: il razzismo è più complicato dell’autonomia.
E, se il razzismo è un tema anche etico, oltre che politico, con l’autonomia tocchiamo prettamente temi politici: semplificare non fa che soffiare sul fuoco della disinformazione e spingere verso predeterminati lidi politici.
Il succo del libello è un percorso millenario del Trentino (identificato sempre come corpo unitario, ignorandone le singolarità e peculiarità dei vari luoghi) sempre avvolto dalla coperta aurea dell’autonomia; autonomia dipinta come affermazione delle libertà e della democrazia delle comunità medievali della provincia. Non si capisce bene la commistione libertà e democrazia in Carte che regolamentavano l’uso dei boschi e dei pascoli. Non si capisce neanche perché continua ad aleggiare nelle pagine l’idea di una storia del Trentino dove tutti si volevano bene, dove tutti aiutavano gli altri in nome dei principi cristiani, dove le scelte erano condivise sia dal popolo sia dai centri dominanti. Periodo idilliaco di pace e tranquillità che termina con la Prima guerra mondiale, guarda caso scatenata dall’Italia tramite un tradimento (il famoso tradimento dei patti della Triplice Alleanza, un palese falso storico perché fu l’Austria Ungheria per prima nel 1908-1909 in Bosnia a non rispettarli).
Ma da un culture della storia simili semplificazioni non si possono accettare, non si possono accettare da nessuno ad essere sinceri. I centri dominanti in Trentino erano molteplici (non c’era solo il Principe Vescovo) e questi non riconoscevano ma concedevano (facevano calare dall’alto per intenderci). I sani principi cristiani tanto esaltati come esempio di bontà e nobiltà d’animo, sono quelli che fecero stragi di ebrei ( il processo a seguito del ritrovamento del cadavere del Simonino), fecero bruciare donne come streghe fino al 1700 e che nel 1800 inoltrato obbligarono a trasferirsi una comunità protestante dalle montagne tirolesi.
Ma la stessa pretesa di “secoli di pace e di convivenza tra culture diverse” (p. 21) è ridicola, mistificatrice, dichiarazione totale di ignoranza voluta degli eventi di storia locale. Ho scritto voluta perché nel libro viene ovviamente richiamata la figura di Alcide De Gasperi, il grande statista trentino, più e più volte citato dai politici nostrani, indicato quasi come il Padre dell’autonomia. Bene De Gasperi è l’emblema di una non convivenza e di una non pace: egli stesso fini in carcere a seguito a degli scontri ad Innsbruck, quando, quelli che secondo l’autore ci volevano bene e ci rispettavano come italiani, non volevano concederci né un’università italiana né dei semplici corsi in lingua italiana.
E nel libro la trattazione continua con queste inesattezze. Fenomeni culturalmente e politicamente importanti, come il liberismo trentino ottocentesco, viene solo accennato; per non parlare della semplicità e velocità con il quale vengono trattati temi importanti del secondo dopoguerra come il terrorismo altoatesino (eh, se si vuole dipingere l’idea di un territorio della pace non si può dire che si mettevano bombe e si uccideva) o lo scontro Trento – Bolzano (i trentini amavano così tanto i sudtirolesi che tentarono in tutti i modi di allontanarli dalla gestione del potere, denotando un latente e lungo e rancore o anche uno squallido attaccamento alla poltrona).
Potrei continuare a lungo così, gli esempi di semplificazione in questo libro abbondano. C’è quasi da chiedersi il senso di perdere quasi dieci pagine a copiare lo statuto d’autonomia per spiegare le competenze e i ruoli della Provincia: quelle pagine si potevano impiegare per spiegare meglio i continui concetti mal espressi.
Per concludere, tutte queste cose danno l’idea di un libro scritto più sui sentito dire e sui luoghi comuni, che un libro scritto da uno storico abituato ad adoperare fonti di vario tipo (cosa che Baratter sa fare bene, nella sua Storia dell’Asar l’apparato bibliografico è notevole).Ripensando poi alla dedica del titolo, ai miei figli, insomma, se io dovessi spiegare una cosa a mio figlio cercherei di spiegarla nel modo più completo possibile, non in maniera lacunosa e incompleta.
GIUDIZIO:

*


DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO

AUTORE: Lorenzo Baratter
TITOLO: L’Autonomia spiegata ai miei figli
CASA EDITRICE: Egon
N° PAGINE: 78
ANNO DI EDIZIONE:  2011