#Poesia \\ Günter Grass – Quello che deve essere detto

Günter Grass

Ecco il testo (pubblicato su Repubblica e tradotto da Claudio Groff) della recente poesia scritta dal premio Nobel per la letteratura Günter Grass che sta suscitando numerosi scandali e censure, non da ultimo l’etichetta di “persona non gradita” da parte del governo israeliano. E’ una vibrante poesia di denuncia contro Israele, visto come una minaccia per la pace mondiale: i versi chiedono di smetterla mandare gli ispettori a controllare gli arsenali militari anche israeliani (che facilmente contengono armi atomiche) invece di accanirsi contro l’Iran.

Quello che deve essere detto
di Günter Grass

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt’al più le note a margine.
E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo
organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto —
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l’ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi — come tedeschi con sufficienti
colpe a carico —
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell’Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

#RECENSIONE // Apuzzo – Lettere al di là del muro

Stefano Apuzzo – Serena Baldini – Barbara Archetti
Lettere al di là del muro dai bambini palestinesi dei campi profughi
“Sogno un cielo azzurro, sogno il canto di pace di un uccellino, alberi verdi e strade senza check point e senza filo spinato, per vivere in pace e riprenderci la nostra infanzia, per come deve essere” (Marah, 12 anni; p. 88).

Iniziando a sfogliare le lettere dei bambini palestinesi che compongono questo libro, la mente non può che andare a quella tragica testimonianza che è il Diario di Anna Frank.

Anna riversò in quelle pagine le proprie speranza, illusioni, sogni, momenti di vita quotidiana, gli aspetti positivi e negativi di quella sua vita da braccata, da morta vivente.
Uguali sono le lettere di questi bambini, sia per la loro fascia d’età, sia per i contenuti; anche loro braccati, anche loro costretti a vivere come dei morti viventi.

E la cosa è terribile nella sua triste nella sua tragica ironia. Anna Frank, esempio eterno (almeno finché esisteranno i libri) dell’odio razziale verso gli ebrei,  i bambini palestinesi esempio odierno dell’odio proprio di quello stesso popolo ebraico verso gli altri uomini.
Fig.1

L’espressione ciceroniana historia magistra vitae mi pare che qui, più di ogni altro posto e occasione, ha la sua fine.

Sarà pure una domanda retorica, ma che popolo è quel popolo che non impara dal proprio passato, ma che, anzi, riversa sugli altri l’odio che ha subito?
Fig.2
Tornando alle Lettere, queste ci raccontano la vita nei campi profughi, racconto visto con gli occhi di bambini. Ma bambini non come li immaginiamo noi abituati alla nostra tipo di infanzia. Sono bambini cresciuti, “forgiati” dagli orrori di una guerra mai realmente finita (e che mai realmente si ha intenzione di finire); dall’orrore di vivere ammassati e recintati da un muro così alto che quasi non lascia passare il sole, figurarsi l’aria, figurarsi il respiro; dalla paura di vedere i propri genitori e fratelli prelevati a forza nel cuore della notte dall’esercito israeliano; dal sonno che non è un riposo ma un’atroce incubo non sapendo che mai accadrà; e via dicendo, la lista sarebbe interminabile. E’ interminabile per un uomo adulto, figurarsi un bambino.
Ma più delle Lettere, quello che più mi ha colpito del libro sono stati i disegni dei bambini riprodotti nel testo (Fig. 1  e 2); alcuni per la loro “bruttezza” sembravano i miei: disegni simili a migliaia di chilometri di distanza. Disegni simili nelle forme e nei contenuti. Io però disegnavo armi da guerra per gioco, per il fascino che la guerra esercitava sulla mia mente; loro le disegnano perché quelle armi gli distruggono la casa, gli amici, i parenti, la vita.
Ma in fondo, i disegni simili di due bambini che abitano ai due poli del Mediterraneo ci dimostrano come l’umanità sia simile, che i bambini desiderino la stessa identica cosa: vivere felicemente con la propria famiglia e i propri amici. E che solo l’odio inculcato dagli adulti li può portare ad odiare, ad apporre i propri stessi disegni propiziatori (quei disegni che proprio sono l’emblema dell’uguaglianza dell’infanzia!!) sui razzi che poi andranno a cadere e distruggere altri bambini (Fig. 3)
Fig.3 – Si può leggere la scritta “with love from Israel”
Termino l’articolo riportando alcuni degli stralci più belli e significativi delle Lettere; queste però vanno lette nella loro interezza, e assieme alle altre, per ricevere fino in fondo il messaggio che questi bambini vogliono mandarci; di certo questi pochi stralci richiamo i temi fondamentali: speranza in un futuro migliore, il richiamo della libertà, della Terra d’origine, della rabbiosa persecuzione dell’esercito israeliano.
  • “Cadono le foglie dagli alberi sulla terra e da lontano viene il vento per raccoglierle, ma il loro grido di aiuto cade nel vuoto, perché sono rinchiuse dentro queste mura che si chiamano campo profughi.” (Marah, 9 anni; p. 92);
  • “Alcuni fratelli sono stati privati dell’istruzione per permetterci di affrontare le spese necessarie.” (Suheir, 12 anni; p. 98);
  • “Un giorno Ahmad si siede a pensare a quello che vede tutti i giorni all’interno del campo: quando i soldati fanno incursione nelle case rompendo alcune cose, porte e oggetti e qualche volta prendono i giovani e i bambini e li mettono in prigione.” (Ahmad, 12 anni; p. 130);
  • “I soldati impediscono agli studenti di andare a Sheikh Jarrah. Ci vogliono tre ore per far passare una sola auto dal check point.” (Mohammad, 12 anni; p. 86);
  • “Vorrei che la Palestina fosse libera.” (Sarah, 11 anni; p. 83);
  • “Dopo il nonno è diventato profugo, prima è stato a Gaza, poi in Giordania e alla fine a Qalandia. Prima invece viaggiava per lavorare, in Egitto e in India, faceva anche la guida turistica.” (Ahmad 13 anni; p. 121);
  • “Ma qual è l’utilità per noi bambini della presenza di questi giornalisti che continuano a fotografare la sofferenza? E’ possibile che possano fare qualcosa per aiutarci?” (Marah, 9 anni; p. 92);
  • “Vorrei essere una pietra nel muro del ritorno, che è un muro più alto del Muro della discriminazione razziale. Il muro sul quale, in una mattina lucente, passeremo.” (Iman, 12 anni; p. 115);
  • “L’istruzione è l’arma della libertà, un’arma per battere l’ignoranza.” (Rasha, 11 anni; p. 99);
  • “I bambini giocano, studiano e ricevono cure, finché non arriva l’occupante ed entra nel campo, allora i bambini resistono e lottano.” (Nur, 11 anni; p. 129);
  • “Io non godo di niente, mi è stata rubata la dignità, la libertà.” (Suheir, 12 anni; p. 98);
  • “Per sfortuna ci sono dei problemi a casa dove vivo: le case sono attaccate l’una all’altra e questo rende difficile l’ingresso dei raggi del sole e dell’aria nelle case; il Muro mi impedisce di muovermi liberamente e l’inquinamento dell’ambiente e i fumi che si sprigionano dall’incenerimento dei rifiuti provocano malattie per l’uomo.” (Rasha 11 anni; p. 99);
  • “Vorrei essere anche un ingegnere per ricostruire le case demolite” (Samah, 12 anni; p. 82);
  • “Io ho un sogno, è lo stesso dei miei nonni, che è il ritorno al nostro bellissimo villaggio che è stato occupato da Israele” (Mahmud, 12 anni; p. 87);
  • “Sogno un cielo azzurro, sogno il canto di pace di un uccellino, alberi verdi e strade senza check point e senza filo spinato, per vivere in pace e riprenderci la nostra infanzia, per come deve essere” (Marah, 12 anni; p. 88).
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara Archetti
TITOLO: Lettere al di là del muro dai bambini palestinesi dei campi profughi
CASA EDITRICE: Ecoalfabeto. I libri di Gaia
N° PAGINE: 165
ANNO DI EDIZIONE: 2008

#Poesia \\ Giuseppe Ungaretti – San Martino del Carso

San Martino del Carso
(di Giuseppe Ungaretti)

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

(Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916)

[biografia: iten]

La "democrazia esportabile"

Ho letto questa risposta (e domanda) su un libretto, comprato in una bancarella del libro usato (lode alla bancarelle!), nel quale Simone Casalini interrogava vari specialisti delle scienze umane sul Novecento. In ogni intervista si cercava di dare un velocissimo affresco di questo secolo dando gli estremi e punti focali a seconda delle diverse prospettive: quella del filosofo, dello storico, dell’economista, del politologo e così via.
Questo scambio di battute l’ho copiato dall’intervista fatta a Sergio Fabbrini, nella quale si discuteva della politica del Novecento. Mi ha colpito particolarmente perché mi ha fatto immediatamente tornare alla mente la frase, che ho anche come sottotitolo al blog, “non si può imporre la democrazia al popolo, si può solo dargli la possibilità di esercitarla.”; ecco, quest’intervista mi pare che spieghi quel concetto espresso da Gorbačëv quasi venticinque anni fa, ma, purtroppo, fin troppo attuale e mai rispettato.
In calce ho inoltre trascritto le biografie dell’intervistatore e dell’intervistato.

(sc) Anche l’idea di una “democrazia esportabile” è stata un concetto ambiguo, una giustificazione per un cambio di direzione sulla scena politica internazionale.

(sf) La democrazia è un concetto plurale, basti vedere l’esperienza occidentale. In Europa abbiamo costruito diversi modelli democratici, proprio per adattarli alle diverse condizioni sociali e culturali. Alla fin fine, un grande politologo americano, Elmer Eric Schattschneider, aveva scritto poco dopo la seconda guerra mondiale che «la democrazia è stata fatta per i cittadini e non viceversa». In realtà, la democrazia non si esporta, ma deve essere costruita pazientemente dall’interno. Il compito dello scienziato della politica è quello di mostrare tale pluralità di vie della democrazia. Dopo tutto, se in Europa o in Occidente abbiamo trovato strade differenziate, non vedo la ragione per la quale i Paesi non occidentali non possano fare altrettanto, adattando i principi democratici ai loro contesti. Negare loro questa possibilità significa riaffermare la visione della nostra superiorità culturale. Una visione che trovo moralmente, oltre che scientificamente, infondata.

[Simone Casalini, Intervista al Novecento, Egon, 2010, Rovereto, pp. 43-44]

Simone Casalini (Fano, 1974): laureato in Scienze politiche all’Università degli Studi di Urbino, si è occupato di ricerca in ambito politologico e filosofico, studiando in particolar modo la produzione della Scuola di Francoforte e il poststrutturalismo francese. 
Sergio Fabbrini (Pesaro 1949): è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore della School of Goverment dell’Università Luiss di Roma.È recurrent visiting professor in Comparative Studies della University of California di Berkeley. È stato professore ordinario di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Trento e direttore della Scuola di studi internazionali. È stato direttore della “Rivista italiana di scienza politica” dal 2004 al 2009. Nel 2009 ha vinto il premio Filippo Burzio per le Scienze politiche e nel 2006 è stato il primo italiano ad aggiudicarsi l’European Amalfi Prize for the Social Sciences.

La parola “cecchino”

L’altro sera leggendo un articolo on-line sull’arresto di Mladić ( il boia di Srebrenica) e mi è tornato in mente quando scoprì la parola cecchino. Era il ’94 e si stava combattendo in quella che sarà la ex Jugoslavia: è stata la mia prima guerra, cioè la prima guerra di cui io abbia ricordo e che, in un certo senso, ho vissuto in diretta in televisione ( sul Tg5 lo ricordo ancora)  e sulla mia pelle, infatti a causa del conflitto durante gli anni delle elementari arrivarono come nuovi compagni di classe un serbo ( o bosniaco? Non ricordo più, purtroppo è passato troppo tempo) e un macedone; ricordo ancora il giorno in cui il macedone entrò in classe, il bambino serbo, già in Italia da un paio di mesi, lo squadrò e alla ricreazione scoppiò quasi un rissa, l’odio della guerra si era propagato anche nei due bambini e noi non riuscivamo a capire perché, anche se ce lo spiegavano i nostri genitori.

Così la parola cecchino entrò nella mia vita, per colpa di quella guerra. Era l’assedio di Sarajevo e fu li che i telegiornali la usarono massicciamente: mi colpì come parola. La c morbida iniziale mi faceva immaginare un soldato tutto pacioso e gentile. Quando ne chiesi il significato a mio papà mi rispose qualcosa come “i se mete sui teti e i sbara ala testa a quei che pasa”; e chissà perché provai un po’ di stima per quelle persone: probabilmente mi colpiva la loro mira, la loro capacità mimetica, la capacità di colpire ripetutamente senza farsi notare ( oggi posso dire: che orrore queste cose!). O più probabilmente ero un bambino e la guerra non era ancora stata in grado di intaccare l’innocenza della mia gioventù.

Son passati quasi diciassette anni ormai, ho cambiato radicalmente opinione sui cecchini; e di certo, non avrei mai pensato che da allora avrei assistito a così tante guerre nel mondo ( chissà perché il concetto di guerra è così distante per noi, sia geograficamente sia temporalmente – forse il senso di morte che contiene ci spinge a respingere il concetto di guerra).

Di certo chi dice oggi che Mladic è un eroe è un idiota, non per i morti che così si insultano, ma per il ricordo dei due bambini che si odiavano solo per quella guerra, solo per appartenere ad un etnia diversa.

#RECENSIONE // Ettore Mo – I Fiumi

Ettore Mo
I Fiumi. Lungo le grandi strade d’acqua del pianeta
 
Si tratta di 19 reportage usciti a suo tempo sul Corriere in più puntate. Sono 19 viaggi lungo le acque dei cinque continenti, e raccontando i fiumi Mo racconta la vita di quei Paesi dove essi scorrono.
 
Questo libro ci fa capire quanto è importante e preziosa l’acqua, come fonte idrica, fonte di vita, ma anche come fonte economica e di viaggio e come l’uomo, nonostante la propria tecnologia, non possa governare l’acqua e piegarla al proprio volere (es. il Vajont). 
 
Ma la parte più importante del libro sta nelle lucide riflessioni sul futuro dell’acqua: nel mondo popolazioni intere non hanno l’accesso all’acqua o l’hanno limitato. Considerando che queste zone sono tra le più popolate e povere del mondo, Mo ci mette in guardia sulle guerre del Terzo millennio, non più per petrolio o gas, ma per l’acqua, fonte essenziale della vita ( quello che purtroppo sta già accadendo sulle alture del Golan tra Israele e Siria).
 
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE:
Ettore Mo
TITOLO:
I Fiumi. Lungo le grandi strade d’acqua del pianeta
CASA EDITRICE:
Rizzoli
N° PAGINE:
221
ANNO DI EDIZIONE:
2006

#RECENSIONE // Politkovskaja – Proibito parlare

Anna Politkovskja
Proibito parlare.
Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin
Urss 1958 – Russia 2006. Sono gli estremi della vita della giornalista russa Anna Politkovskaja. Nata nel pieno della vita dell’Unione Sovietica, morta nella Russia odierna. Così, una prima vista superficiale potrebbe anche far sembrare che dalla sua nascita alla sua morte sia trascorsa un’era: dalla rocciosa e stantia forma di stato sovietico alla più moderna e dinamica Russia, inserita nei più dinamici circuiti occidentali.
Ma è una svista, una lettura disattenta e disinformata.
 
Per quanto antiliberataria e limitativa, l’Urss nel quale nacque e visse Anna Politkovskaja era un posto vivibile rspetto alla Russia degli anni 2000. Ed è lei con i suoi articoli e la sua stessa vita a farcelo capire; la Russia di oggi è corrosa dalla corruzione e dalle guerra civili. Nell’ex Urss c’era solo la prima, ma i giornalisti e gli intellettuali potevano attaccare il sistema rischiando “solo” un isolamento creato ad hoc dal regime contro le persone sgradite (in sostanza, alla gente comune risultava difficile mantenere i contatti con i dissidenti visto i rischi di incarcerazioni o limitazioni delle libertà individiali nello frequentare determinate personalità), ma la vita non era in pericolo, anche il GULag era un lontano ricordo.
 
Ora invece nella nuova Russia moderna e dinamica, chi fa informazione e racconta cosa succede viene ucciso. E’ questo il caso della Politkovskaja e per questo bisogna leggere i suoi scritti per conoscere e parlare, scrivere contro quel regime e non cadere nell’errore di pensare che con un cambio di nome tutto sia cambiato. 
GIUDIZIO:
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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Anna Politkovskaja
TITOLO: Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin
CASA EDITRICE: Mondadori
N° PAGINE: 307
ANNO DI EDIZIONE: 2010