#RECENSIONE // Luther Blissett – Q

Luther Blissett

Q


Trama –  La storia narrata nel romanzo è quella dell’Europa travagliata e insanguinata dalle guerre di religione e scossa dai violenti tremiti di nuove idee e nuove dottrine. Seguire le vicissitudini di un protagonista senza nome (di cui si sapranno solo i vari pseudonimi utilizzati), e del suo antagonista Q (abbreviazione di Qoelet o Ecclesiaste, uno dei libri che compongono la Torah e l’Antico Testamento) è il pretesto per seguire dall’interno gli sviluppi del Cinquecento europeo.  Notevole è infatti l’ambientazione europea del romanzo, che riesce a mostrare l’intreccio degli avvenimenti sparsi in giro per il Vecchio mondo.
L’arco di tempo in cui si svolgono i fatti di Q sono quelli che vanno dalla pubblicazione tesi di Lutero fino alla sostanziale sconfitta delle idee riformatrici in seno alla Chiesa cattolica. Nel mezzo si passa per Tomas Münzter e la Guerra dei Contadini, i deliri degli anabattisti di Münster, l’Olanda e il mondo mercantile, il ritorno degli anabattisti e il contagio italiano, il circolo del cardinale Pole e la diffusione del programmatico Beneficio di Christo (qui un compendio dell’opera).
Dal punto di vista storico, visto che narra fatti storici, è un libro ben curato; eventi, date, personaggi, situazioni, nulla è lasciato al caso. Anche il protagonista, che si inserisce  bene nel contesto storico, è ben curato. Quasi stesso discorso anche per l’antagonista; quasi perché in alcuni punti mi sembrava di ritrovarmi in una spy-story forse troppo anacronistica per un romanzo ambientato nel ’500.
Questo rigore nel descrivere e raccontare sembra però scemare con l’avanzare del racconto stesso. Più scorrono le pagine, più sembra che il protagonista e i suoi compagni compiono “azioni rivoluzionarie” più per il piacere di farle, per creare confusione o quasi per un qualche sentimento rivoluzionario alla “novecento” che per un vero e proprio sentimento religioso.
Si può certamente comprendere la disillusione di un fervente riformista che vede spegnersi sul più bello i propri sogni di rinnovamento spirituale e quindi sociale, ma trasformare questo personaggio in un rivoluzionario che ambisce solo al rinnovamento sociale, un rinnovamento quasi ateo, mi pare azzardato e anacronistico.

Autore – Una cosa estremamente interessante e che mi è piaciuta, è che il libro è stato scritto da un collettivo di autori. All’epoca dell’uscita del romanzo questo gruppo aveva il nome di Luther Blissett (che trae origine dal mitico pippone comprato dal Milan nel 1985), mantenuto fino al 200 per essere cambiato in Wu Ming ( “Senza nome” in cinese mandarino), nome che il collettivo conserva tutt’ora. Inoltre, sotto questa dicitura è uscito, nel 2009,  Altai, il seguito di Q.

Distribuzione – Già la distribuzione, cioè la politica dei diritti che gli autori hanno voluto adottare con questa pubblicazione e tutte le altre. La scelta del collettivo è di rendere libero i loro libri. Anche se acquistabili come qualsiasi altro lavoro letterario ( l’edizione di Q dell’Einaudi è tutto sommato buona, a livello di presentazione), i libri sono scaricabili gratuitamente dal loro sito internet  in più formati e in più lingue. Insomma, come recita la frase nelle prime pagine dei libri e sul loro sito, “se ne consente la riproduzione, diffusione, esposizione al pubblico e rappresentazione, purché non a fini commerciali o di lucro, e a condizione che siano citati l’autore e il contesto di provenienza. E’ consentito trarre opere derivate, per le quali varranno le condizioni di cui sopra”.

Conclusione – Tirando le somme, Q è un libro che invito caldamente a leggere, per lo stile ma sopratutto per i contenuti. E’ un libro che può far appassionare a un periodo storico controverso ma ricco di stimoli, curiosità e di fascino. Lutero, le lotte dei contadini, lo sviluppo di nuove concezioni della religiosità, la diffusione dei concetti moderni come la tolleranza, l’incontro con gli altri uomini, gli indios americani. Questo romanzo può far crescere il desiderio di saperne di più e di avvicinare l’utenza a indagare maggiormente quel periodo storico, scoprendo il piacere del passato. Cosa non da poco, in un epoca dove la storia non è che un semplice gettone politico da spendere per elezioni o accumulare consenso veicolando messaggi totalmente errati creando miti e narrazioni collettive che mettono in rischio intere fasce della società ( per esempio l’idea della Padania o ancora lo sdoganamento di alcune – in realtà, e purtroppo,  molte – idee revisioniste, ma anche, in Trentino, i continui richiami ad una mitica età dell’oro austriaca-tirolese).

GIUDIZIO:
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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Luther Blisset
TITOLO:  Q
CASA EDITRICE: Einaudi
N° PAGINE: 677
ANNO DI EDIZIONE: 2008

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#RECENSIONE // Corni – Popoli in movimento

Gustavo Corni

POPOLI IN MOVIMENTO


Questo interessante saggio ripercorre sinteticamente alcuni dei più drammatici e traumatici spostamenti e migrazioni forzate durante i martoriati, e maledetti, quarant’anni che vanno dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda (1914 – 1950 ca); il tutto però, senza dimenticarsi di dare un occhio alle migrazioni odierne, anche queste col loro carico enorme di sofferenze, anche loro col loro triste carico di violenze etnico-razziali ( come non ricordare i massacri fra Hutu e Tutsi in Ruanda nel 1994).
I primi capitoli sono dedicati alla situazione del Mediterraneo orientale, cioè ai rapporti tra l’Impero ottomano e le minoranze non turche al proprio interno e ai rapporti con la Grecia. Corni si sofferma su una delle prime pagine nere del Novecento, quello che parrebbe il genocidio del popolo armeno perpetrato dai Turchi ottomani all’indomani dell’entrata, a fianco degli Imperi centrali, nella Prima guerra mondiale. Con quelle che saranno poi le “solite scuse” i Turchi mettono in atto un vero e proprio programma di annientamento etnico contro una popolazione colpevole sostanzialmente di non essere turca e di aiutare il nemico esterno o chissà che altro. Subito dopo rimane sempre in quella zona geografica per guardare al conflitto greco-turco scoppiato immediatamente dopo la fine della Grande guerra: questo e tanti altri furono gli strascichi alla fine del primo conflitto globale.
La guerra greco – turca scoppiò per l’ardente desiderio greco di riunire in un unico stato tutti i territori abitati da una popolazione di lingua greca, per cui anche le antichissime città dell’Asia Minore dovevano, in quest’idea, unirsi alla madre patria. La guerra ebbe fasi alterne e terminò con la sconfitta greca. Si attuò così un enorme spostamento di popolazioni con i greci che abitavano in territori turchi che si trasferirono in Grecia e viceversa per i turchi che abitavano in territori greci. Persone che avevano abitato per secoli in quelle zone dovettero da un giorno all’altro spostarsi velocemente tra le violenze del gruppo etnico opposto e la più totale diffidenza di quello che doveva essere il gruppo etnico affine.
Una piccola riflessione viene poi svolta riguardo le politiche verso le minoranza in Unione sovietica attuate da Stalin. Egli mal vedeva le minoranze situate ai confini del grande impero sovietico e con la scusa della lotta di classe ( operai contro contadini) fiaccò le popolazioni prima ucraine poi cecene e tatare deportandole quasi interamente; solo decenni dopo, con la morte del feroce dittatore, queste poterono tornare nei loro luoghi d’origine ormai “occupati” da altri, creando così nuovi e tragici conflitti psicologici e fisici.
Sullo sfondo di questa prima parte Corni lascia comparire le parole sull’autodeterminazione dei popoli di Woodrow Wilson, il presidente statunitense idealista e pragmatico, espresse nei suoi famosi 14 punti all’alba dell’ingresso degli Stati Uniti nel primo conflitto, ma mai pienamente applicate. La pragmaticità ebbe la meglio sull’idealità e sulla giustizia: tanto per far due esempi italiani, per poter compensare l’affidamento dell’Istria e di Fiume al neonato Regno degli Slavi del Sud, si diede all’Italia l’Alto Adige-Sud Tirolo; così mentre popolazioni italiane finivano sotto gli slavi, persone tedescofone finivano sotto l’Italia. Cosa questo ha poi portato è bene noto, con la famosa propaganda legata alla vittoria mutilata, l’impresa fiumana di D’Annunzio e infine le politiche fasciste.
Ma è con la corposa seconda parte che Corni analizza a fondo il problema degli spostamenti forzati come metodo per realizzare il desiderio di creare una nazione omogenea dal punto di vista etnico. È appunto con l’avvento di Hitler che in Germania abbiamo un più lucido (anche se forse non così lucido, come poi avrà modo di spiegare Corni) e sistematico progetto di colonizzazione; l’idea dello “spazio vitale” del Lebensraum, la razza tedesca da ricercare nei territori limitrofi. Questa ricerca del sangue tedesco avrà alla fine quasi aspetti grotteschi con la creazione di classi di persone basate sulla percentuale di “arianità” nel sangue e su quanto hanno vissuto in ambienti “sporchi” a contatto con popolazioni viste come “inferiori”, quali polacchi e slavi dell’est.
Il libro è interessante perché analizza sistematicamente un aspetto relativamente nuovo della ricerca storica, poco letto e conosciuto dal pubblico dei fruitori della storia, ma anche dal grande pubblico. Non per nulla studi di questo genere per decenni, purtroppo, son rimasti in mano a estremisti, con il risultato di una memoria ricostruita parzialmente e male. E questo è un grave peccato, perché i tremendi traumi che hanno subito milioni di persone a causa di queste politiche deliranti hanno bisogno di essere ricordati e trasmessi ai posteri ma anche ai contemporanei, in modo da poter comprendere meglio quali traumi subiscono le migliaia di persone che quasi quotidianamente sbarcano sulle coste europee in cerca di speranza e un futuro migliore, ma anche per evitare di cadere in rovinose politiche nazionalistiche sul sangue degli altri e, finalmente, rendere una giusta opera di memoria a tutti quelli che hanno sofferto.
GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Gustavo Corni
TITOLO:  Popoli in movimento
CASA EDITRICE: Sellerio
N° PAGINE: 196
ANNO DI EDIZIONE: 2009

#RECENSIONE // Hemingway – Verdi colline d’africa

Ernest Hemingway
Verdi colline d’Africa
“[Pop] La maggior parte dei racconti di cacce africane son noiosissimi. – [Hem.] Sono tremendi”. Trovare questo dialogo in un racconto di cacce africane assomiglia quasi ad una presa in giro dell’autore verso i propri lettori, o più precisamente, il culmine di una serie di frecciate rivolte ai critici letterari.
Già, perché Hemingway si muove si due binari, uno diurno e uno notturno. Nel primo affronta la Natura, accompagnato dalle guide africane; nel secondo riflette sull’Arte assieme ai compagni cacciatori europei.
Le parti dedicate alla caccia stufano dopo poche pagine. I racconti di cacce africani son noiosissimi, vero, verissimo. Penso che le pagine e pagine spese per descrivere appostamenti, la sensazione nel premere il grilletto, dove mirare nel momento dello sparo o la cura nello scegliere la bestia da uccidere possano per lo più emozionare qualche cacciatore e pochi altri, il resto dei lettori o chiudono il libro o coraggiosamente tentano di arrivare in fondo al libro.
Per carità, il libro regala qualche piccola perla che però va ricercata con molta attenzione, quasi che il lettore debba trasformarsi in un cacciatore delle belle espressioni, immedesimandosi in Hemingway mentre stanava gli animali nella boscaglia o nella savana. Ma di certo queste perle, chiamiamole così, son troppo poche e non si riescono a gustare a fondo che già il torpore del libro assale nuovamente il lettore.
Tra queste perle sono da segnalare le frasi lanciate contro i critici. Inizia creando una piccola lista di grandi scrittori americani e termina dicendo che a lui per vivere bastano una matita e dei fogli di carta, alludendo al fatto che sta scrivendo un racconto di caccia tremendo. Nel mezzo, una sferzata, i critici definiti pidocchi, incapaci di apprezzare un’opera d’Arte.
Per chi poi ha la pazienza di arrivare alla parte finale, questa regala finalmente quel “qualcosa” tipico del bel libro. Proprio quando Hemingway finisce la sua caccia, riesce a riflettere sulla caccia stessa, in alcune intense pagine dedicate alla scoperta dei rapporti tra l’uomo e la Natura, sulla società e il suo scopo e, anche, sul senso o meno della caccia.
La conclusione, col richiamo ad una scrittura postuma dell’esperienza della caccia africana, sembra richiudere il cerchio aperto con la citazione d’apertura, se non con le frecciate lasciate qua e là ai critici letterari, chiude il libro con una sorta di pernacchia irriverente proprio nei confronti di questi ultimi.
Giudizio:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Ernest Hemingway
TITOLO: Verdi colline d’Africa
CASA EDITRICE: Einaudi
N° PAGINE: 239
ANNO DI EDIZIONE: 1979

#RECENSIONE // Brandt – L’epoca tardoantica

Hartwin Brandt
L’epoca tardoantica
La vulgata storica vuole che con il crollo della dinastia dei Severi (191 – 235) e l’arrivo sul trono imperiale di Diocleziano (284), passando per la cosiddetta anarchia militare, ci sia una cesura netta tra l’impero romano che veniva e quello che da li sarebbe venuto, una cesura che produrrà quelle debolezze che porteranno alla crisi e alla definitiva caduta dell’impero fondato da Roma.

Ora non è più così. Negli ultimi decenni nuovi studi storiografici hanno dato una dignità propria a quel periodo storico che, appunto, va da indicativamente da Diocleziano al tentativo di ripristinare l’impero nella sua interezza di Giustiniano. Questo periodo assume il nome di “tardo antichità”, laddove “tardo” non ha più il significato di qualcosa che va a scomparire, ma è invece un periodo di transizione, di passaggio dal mondo antico a un mondo che verrà dopo, e che sarà quello medievale. E proprio in questo periodo che si svilupperanno gli usi, i costumi, le leggi e le forme statuali che si definiranno meglio nel medioevo più maturo. “La continuità si affianca alle fratture: la fine dell’antichità è dunque anche un inizio.” (p. 8)
Il saggio di Brandt ripercorre sinteticamente le tracce lasciate da questo periodo analizzandone i mutamenti, non solo politici ma anche sociali – culturali e non disdegnando un attento sguardo al fattore religioso. Perché è proprio nell’incontro – scontro tra i romani e i “barbari”, sempre vituperato dalla vulgata, che trae origini l’Europa che oggi conosciamo. Ed è importante questo, non vi è stata una distruzione del mondo romano, anzi “senza l’antichità l’Europa non sarebbe quello che è diventata” (p. 97). Infatti i semi dell’antichità erano ben piantati e diedero continui frutti anche nel medioevo e li danno ancor oggi.

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Hartwin Brandt
TITOLO:  L’epoca tardoantica
CASA EDITRICE: il Mulino
N° PAGINE: 115
ANNO DI EDIZIONE: 2010

#RECENSIONE // Graziosi – Storia dell’Unione Sovietica

Andrea Graziosi
L’Urss dal trionfo al degrado.
Storia dell’Unione sovietica. 1945 – 1991

E’ una monumentale storia dell’Unione sovietica dalla fine della seconda guerra mondiale alla sua caduta, frutti di anni di lavoro di ricerca (vi è persino un saggio bibliografico alla conclusione del libro con alcune delle opere usate per la stesura del manuale e i link alla pagine internet con bibliografie ancora più estese!)

Nulla quindi è lasciato al caso: nomi, date, luoghi, citazioni, dati in abbondanza. Forse sulla cartine si poteva fare qualcosa in più, e pure qualche immagine per raccapezzarsi tra gli innumerevoli personaggi avrebbe fatto comodo. Ma, in ogni caso, il corposo indice dei nomi finale è più che sufficiente per orientarsi in tale sovrabbondanza di persona e informazioni.
Per chi volesse avventurarsi nello studio dell’Unione sovietica post-seconda guerra mondiale, questo manuale di Graziosi corrisponde ad un validissimo punto di partenza per i suoi spunti, stimoli e per la sua completezza.Proprio la completezza e la puntualità, però, a volte fa risultare la lettura difficile e lenta: i capitoli ricchi di statistiche (anche le più minuziose) risultano ostici da digerire, come la già detta sovrabbondanza di nomi.L’attenzione ai fatti è puramente incentrata sul colosso statuale sovietico: l’occhio dello storico non si sposta da e anche eventi importanti che accadano nel vicino “impero esterno” (le repubbliche socialiste dell’Europa dell’est) vengono tratteggiati secondo ciò che il Politburo del Pcus decide; clamoroso in questo senso, mi è parso, è come viene analizzata la Primavera di Praga.Questo però permette di “risparmiare” pagine per dedicarle all’analisi della vita quotidiana dei sovietici, le condizioni di vita, gli sviluppi, le speranza. Pagine estremamente interessanti e pregnanti, sopratutto in contesto statuale dove il cittadino-proletario doveva trovare una sorta di Paese della cuccagna.

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Andrea Graziosi
TITOLO: L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione sovietica. 1945 – 1991
CASA EDITRICE: il Mulino
N° PAGINE: 740
ANNO DI EDIZIONE: 2008

#RECENSIONE // Caldwell – La via del tabacco

Erskine P. Caldwell
La via del tabacco
La via del tabacco fa parte di quel ciclo dei “vinti” incentrato sui contadini degli stati del Sud degli USA (la storia è ambientata in Georgia), contadini distrutti dalla crisi economica del 1929. 
Non c’è speranza per loro e per il loro mondo, l’alternativa è la fuga; a chi rimane spetta una vita di stenti e di miseria. E la famiglia protagonista è una di quelle famiglie che ha deciso di rimanere, una famiglia immersa nella miseria.Il concetto però di “famiglia” pare quasi eccessivo per questa qua. Il capofamiglia vede fuggire verso la sicurezza di un salario in fabbrica tutti i propri figli (tranne due, uno troppo giovane e stupido, e una troppo brutta), che decidono di troncare definitivamente i rapporti con i genitori e il resto della famiglia. Quasi una metafora del mondo nuovo che deve staccarsi dal passato e dalla tradizione famigliare.In effetti, in Tobacco Road si può leggere lo scontro tra il tradizionalismo contadino e il progresso. Il primo, con i suoi lenti ritmi legati alla natura, un tradizionalismo anche razzista (un razzismo non scientifico, ma buontempone dove sono quasi i “negri” ad averla vinta); il secondo, il progresso, è incarnato dai figli fuggiti, che han voltato le spalle ad un passato che si raffigura nell’immagine del padre, figli che scappano via come se questo fosse un appestato. 
Qui sta anche la cruda tristezza del racconto: le tradizioni vecchie di generazioni diventano fumo davanti al progressivo divampare delle fiamme della tecnologia e del progresso. Anche il mondo contadino dovrà aggiornarsi o perirà bruciando dalle sue stesse fiamme d’ardore verso i bei tempi andati.

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Erskine Preston Caldwell
TITOLO:  La via del tabacco
CASA EDITRICE: deAgostini
N° PAGINE: 215
ANNO DI EDIZIONE: 1985 (ed. or. 1932)

#RECENSIONE // Stella – Negri, froci, giudei & co.

Gian Antonio Stella
Negri, froci, giudei & co.
L’eterna lotta contro l’altro
“Sono stati in troppi, nella storia, a non chiedere mai scusa”.
Il succo del libro sta tutto qui. Il lavoro è splendido: la giustapposizione di luoghi comuni, leggende e pregiudizi, ne mette in risalto il loro stesso limite e la loro stupidità intrinseca, che percorre i secoli della storia umana.
Sono, però, fenomeni capibili: il desiderio perenne dell’uomo di calma, stabilità e tranquillità mal si accompagna al mutamento veloce, alla diversità, sopratutto se marcata.Il limite del libro di Stella sta probabilmente nella suo stesso punto di forza: le moltissime citazioni (mai troppe, nonostante la ripetitività dei temi) sono senza fonte, senza note e manca una bibliografia finale.
Stella riporta per intero il suo modo di scrivere gli editoriali sul Corriere della Sera, solo che in libro specifico sull’argomento ci starebbero state bene le origini delle frasi riportante, permettendo al lettore di andare poi a ritrovarle, integrando la lettura.GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE: Gian Antonio Stella
TITOLO:  Negri, froci, giudei & co. L’eterna lotta contro l’altro
CASA EDITRICE: Rizzoli
N° PAGINE: 332
ANNO DI EDIZIONE: 2009