#RECENSIONE // Grossman – L’inferno di Treblinka

Vasilij Grossman
L’inferno di Treblinka
 
Questo breve opuscolo giornalistico fu scritto sul finire dell’estate del 1944, subito dopo la liberazione del campo di Treblinka, usando fonti e informazioni di prima mano. Venne addirittura adoperato durante il processo di Norimberga.
 
l'inferno di treblinkaQui Grossman raggiunge le vette della sua carriera giornalistica. Lo stile è diverso dai seguenti capolavori letterari. È asciutto e duro, non divaga in constatazioni del momento ( ad esempio, in Tutto scorre… solo alcuni capitoli si avvicinano a questo lavoro, a livello di impostazione stilistica). Ma in questo lavoro, l’ancora giornalista sovietico, deve descrivere la dura realtà del genocidio perpetrato dai nazisti, arrivando a porsi il problema che forse chi ha compiuto tutto ciò uomo non lo era: sono pagine tremende, Grossman riesce nella settantina di pagine scarse a concentrare l’odio nazista e buttarcelo addosso, dicendo: perché è successo?
 
E nelle ultime, terribili, pagine guarda in avanti e prevede, quasi, il fascino che simili massacri potranno avere sull’uomo del futuro, sia esso vicino o lontano:
 

“Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il nazismo, il razzismo, non serberanno soltanto l’amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia stato facile uno sterminio di massa.
E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l’onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell’umanità intera.”
(V. Grossman, L’inferno di Treblinka, p. 79)

GIUDIZIO:

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DATI TECNICI DEL TESTO RECENSITO
AUTORE:
Vasilij S. Grossman
TITOLO:
L’inferno di Treblinka
CASA EDITRICE:
Adelphi
N° PAGINE:
79
ANNO DI EDIZIONE:
2010 (ed. or. 1944)

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L’esattezza dei termini

Nei suoi Six Memos for the Next Millennium Calvino vi inseriva l’esattezza, e non ha torto; “è l’unica tra le sei il cui contrario non è mai lodevole”(1).
 
Quanto ci arrabbiamo o indigniamo quando i treni non sono in orario o quando ci vengono inviate le bollette sbagliate ( con incredibili rincari)?
 
Nei discorsi politici questa splendida qualità, l’esattezza appunto, viene tranquillamente violentata da ogni parte, anzi quando una parte spara la sua presunta verità l’altra di rimando spara la sua, con in mezzo la povera esattezza: è un po’ come sparare sulla croce rossa.
 
Ed è in questo ambito che la mia piccola riflessione vuole andare a parare, ovvero sull’abuso del termine comunismo nel lessico politico e, quindi, di riflesso, in quello comune, quotidiano.
 
Volgarmente ormai comunismo va a riferirsi a quel sistema sovietico (l’ex URSS) e poi a tutti gli altri regimi popolari dell’Europa Orientale (Polonia, Ungheria, Romania, …), Cina e il sud-est asiatico e Cuba.
 
È innegabile che il comunismo fu posto come obbiettivo in quei Paesi, ma non vi fu mai raggiunto ( a tal proposito basta rileggersi i discorsi brezneviani o la costituzione sovietica) si raggiunse dichiaratamente lo stadio di socialismo reale, che è tutt’altra cosa. Ma le forze politiche di ciò se ne fregano e indicano tutto sotto il nome di comunismo.
 
Nel suo compimento il comunismo deve necessariamente portare ad un determinato scopo/obbiettivo: la società comunitaria, dove non ci sono distinzioni di classe, senza padroni né servi, dove tutti lavorano per il bene di tutti senza un obbiettivo di lucro.
Questo non è mai stato ottenuto negli Stati che ho elencato; certo tutti avevano una “ciotola di riso” ma servi e padroni esistevano ancora e moltissimi erano quelli che lavoravano per lucro ( inteso sia come arricchimento enorme, sia come la sfrenata ricerca di accumulo di potere).
Né il comunismo per nascere e svilupparsi deve necessariamente compiere assassinii e stragi, quelle furono deviazioni dittatoriali di menti malate e perverse.
 
Ora invece si evoca sempre il comunismo spacciandolo per quei massacri, ma questo è profondamente sbagliato: sarebbe come riferirsi al cristianesimo per indicare sempre e solo gli orrori dell’Inquisizione, e ciò è errato.
 
 
(1) Claudio Giunta, Le “Lezioni americane” di Calvino 25 anni dopo: una pietra sopra?, in Belfagor, LXV 6 (novembre 2010), p. 649.